giovedì 27 febbraio 2014

Trasloco definitivo

Il blog di Giappone Mon Amour si è trasferito da un mese a questa parte al nuovo indirizzo www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour . A breve troverete un reindirizzamento automatico su questa pagina.

Potrete agevolmente cercare il post corrispondente tramite parole chiave nello spazio apposito sulla colonna di destra.

Buona lettura di là! :)

sabato 18 gennaio 2014

Tokyo Orizzontale (Piemme)

Se New York è una mela, Tokyo è un melograno.

È dolce e sensuale, ma anche amara. In sé racchiude tanti chicchi, tutti schiacciati l’uno contro l’altro in una forzata convivenza, eppure sempre, inesorabilmente soli. A volte, però, qualche chicco si ribella; così può succedere che quattro giovani si incontrino per caso, una notte a Shibuya, il quartiere più folle della città, e decidano di avvicinarsi per provare a colmare quella invisibile distanza. Qualcuno lo fa per inseguire una favola d’amore, qualcun altro per lenire il dolore di un passato ingombrante, un altro ancora per cambiare vita e non farsi più trovare.

Sara, Hiroshi, Carmen e Jun desiderano invece trovarsi, in un incontro che è sesso ma anche qualcosa di più profondo e vitale. È salvezza. È calamita che allontana dall’abisso. È casa.

Tokyo Orizzontale è la storia di un amore sprecato e di uno realizzato, e di una città immensa e piccolissima, insonne e paziente, gelida e sensuale.
 .
Laura Imai Messina è una giovane italiana che vive a Tokyo da 10 anni. In questo suo romanzo d’esordio riesce a far emergere con sorprendente talento il fascino della metropoli: un intreccio di quattro personaggi le cui strade si intersecano in modo raffinato e sensuale.



Vi aspetto sul nuovo sito di Giappone Mon Amour

**L'uscita del romanzo e' prevista per l'11 febbraio. Saro' per l'occasione in Italia e vi saranno molti eventi di presentazione, dibattiti in varie citta' italiane.


domenica 5 gennaio 2014

におい o dell’odore

  Vi sono in giapponese parole che si pronunciano allo stesso modo ma che, a guardarle bene, rivelano un corpo differente. Gemelli con voce che coincide ed aspetto che non suggerisce parentela.


Per leggere e commentare il nuovo post di Giappone Mon Amour clicca qui.

Il blog sta traslocando tutto al nuovo indirizzo~❤

lunedì 30 dicembre 2013

Terzo piano, interno libri

"TERZO PIANO, INTERNO LIBRI": nasce la nuova rubrica di recensioni di libri giapponesi non ancora tradotti, di libri italiani e stranieri e di altro ancora che con questa terra, apparentemente, sembra non avere nulla a che fare.

Il primo libro recensito è "Nagasaki" di Éric Faye.

 

 

!!!!! ATTENZIONE!!!!:
Giappone Mon Amour sta traslocando tutto qui e la rubrica di Terzo piano, Interno libri la trovate invece qui.

Vi aspetto di là per lettura e commenti~
 
 

domenica 22 dicembre 2013

距離 o della distanza

距離 kyori è la distanza.
A volte in giapponese la distanza la si “posa” (距離を置く kyori wo oku), oppure “c’è” (距離がある ga aru), semplicemente. Come in italiano la si “prende” (距離を取る kyori wo toru) e così fiorisce tra sè e qualcosa che fa male o tra sè e qualcosa che invece si vuole riaffrontare dopo, con più calma.



Continua a leggere qui sul NUOVO BLOG:
→ http://www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour

**Piano piano, di settimana in settimana, di mese in mese, tutto il blog traslocherà a questo indirizzo, commenti compresi. La nuova piattaforma di Giappone Mon Amour permette maggiore movimento, più spazio per le fotografie e contenuti extra ed è arricchita dalle illustrazioni di una talentuosa artista. Da domani sarà possibile aggiungere anche i commenti. L.


mercoledì 4 dicembre 2013

節 o i nodi del bambù

  「節」 è setsu, il “passaggio” e il “periodo”, ma è anche – a seconda della lettura del kanji – fushi, l’“articolazione”, la “giuntura”. Il “nodo”.
  Aggiungici l’occhio ed esso si trasformerà in 「節目」 fushime, nel “punto di svolta”, quello che determina il cammino, la crescita d’un albero, lo sviluppo d’un bambino, la psiche di un adulto.


  I giapponesi sono soliti spiegare questo concetto con il bambù, con l’immagine dei nodi che si creano di sezione in sezione e sostengono, del suo fusto cavo e legnoso, l’allungarsi solido e ritto verso il cielo. La crescita che inizia da un nodo e in un nodo finisce. Così sono le fasi della vita, ed ogni svolta è un irrobustirsi. Così ogni periodo dell’esistenza risulta necessario ed esso va affrontato bene, dal suo inizio alla sua fine.
 Così l’anno dei giapponesi è punteggiato, come un quadro di Seurat, di cerimonie che determinano il passaggio da una fase all’altra della vita. E non vi è nulla di superfluo nel cerimoniale, che sia quello delle grandi occasioni o della vita quotidiana. Lo shichi-go-san, il rituale dei saluti, il biglietto da visita, il funerale. Eccetera eccetera.
   Ogni periodo si congiunge a quello successivo, e lo 「繋がり」 tsunagari è il “collegamento” che preserva dalla fine improvvisa, che previene l’incrinarsi dello 「和」 wa, dell’armonia.


  Accade alla fine della prima ora. Una studentessa mi si avvicina. È M-chan, che ha una malattia della pelle che le oscura il volto, le braccia e il collo, che le apre ferite e mostra spesso del suo corpo lo scarlatto. È la più grande della classe e lo testimonia il puzzo di fumo che si porta dietro nella trama dei vestiti, nei capelli che lascia sciolti e neri sulle spalle. Se non avesse più di vent’anni non lo potrebbe fare, non potrebbe neanche bere: la maggiore età in questo paese arriva tardi.

  Mi chiede la situazione delle sue assenze ed io, che ho il registro davanti, le dico che non può più farne ma che non si preoccupasse, che anche l’altro semestre aveva raggiunto il limite e poi, all’esame, aveva preso un ottimo voto e che, quindi, mi aspetto a gennaio molto da lei.
  Le tremano terribilmente le mani. Vuole parlarmi di qualcosa. Mi dice che di assenze non ne farà più, che cercherà di venire sempre, ma che non sta bene e che non è una scusa. Mi porge una busta, le faccio una carezza sulla spalla. Mi ringrazia, se ne va. 

  I ventuno sembrano anni belli e per qualcuno lo sono veramente. Ma ad altri confondono le idee, rimescolano ogni cosa. Forse è una coincidenza puramente numerale ma così è stato per me e così è per tanti miei studenti. Almeno uno o due, ogni anno, sembrano cadere. Si perdono. Iniziano a star male. Arrivano pesti dal sonno, lo sguardo torvo, sul viso si spengono luci e restano finestre con le persiane sempre chiuse, facciate senza ornamenti.


  A questi ragazzi io porgo la mia storia, liberata dalla lische, spiego quanto anch’io una volta mi sentissi sradicata, vivessi perenne il sentimento della fine. Racconto loro dei litigi, del significato latente dei giorni che mancavo di contare perchè, a viverli così, non c’era desiderio di ricordarli. Ma poi parlo loro anche della fatica – che, se è originata da se stessi, sa di autostima duratura e regala inacquistabile potere – dell’essere testarda, dello studiare con una passione esagerata, figlia in egual misura della gioia di sapere e del desiderio disperato di salvarsi. Del “periodo” che finisce, del nodo robusto che si crea e del nuovo che nasce da quello che sembrava, invece, un completo fallimento.

  Ed ogni volta che me li trovo davanti con una busta chiusa che mi racconta di diagnosi di depressione, di malattie nervose, o magari di malattie fisiche che li costringono a complicate operazioni e ne fiaccano la mente, ogni volta che mi porgono con mani tremanti e viso indifeso dichiarazioni della loro debolezza, penso a quanto sia maledettamente complicato crescere. È una vertigine, è la “balbuziente grandezza” della gioventù. Tutti perennemente impreparati ad ammirare cieli ardesia che invece di stelle chiamano tempesta. Eppure, nonostante tutto, li guardano quei cieli che tendono al grigio e poi al blu, e sperano, nonostate il vento che si alza e le nuvole che affollano la vista, nelle stelle.




  Ci sono persone che queste fasi le vivono a ventuno anni, altri che le vivono ininterrottamente dall’adolescenza alla maturità. Altre che vi passano attraverso incolumi, come piedi di fachiro sulla brace, e ignorano nel profondo quanta fortuna serva perchè ciò accada. Ma quel che dico a questi giovani uomini e donne, è che bisogna imparare presto, nella vita, a chiedere aiuto. Che fare terapia aiuta ad accorciare la via. Ma soprattutto che c’è sempre una strada che ci porta fuori dalle prigioni e non è una strada che costruisce qualcuno per noi, è una strada che ci costruiamo da soli, come carcerati che guadagnano la libertà con solo un cucchiaino e un pezzetto di ferro. Scava, scava, prima o poi ti trovi all’aria aperta, faccia a faccia con la luce, il cielo pieno e sconfinato. 

  E non bisogna stare troppo tempo ad odiare chi ha costruito intorno a noi quella prigione. A volte è solo troppo amore, errori subiti e reiterati, perchè è facile confondere la “vivenza” con la sopravvivenza. 
  No, non bisogna perdere tempo. Che non passi giorno senza cucchiaino e pezzetto di ferro alla mano.

  E mentre parlo o scrivo loro, sento che davvero è valsa la pena di stare tanto male. Sia perchè adesso darei per scontato molto di quello che ho e che ricevo, sia perchè altrimenti non potrei aiutare altri.
  Spesso si ha una insensata, benchè naturale, paura di soffrire. Ci si dimentica che anche la sofferenza serve a creare nodi di bambù, ch’essa costituisce parte di ogni setsu. Basta non lasciarsi incattivire dai dolori e portare a termine, con caparbietà, ogni sezione del percorso.

  A me tutto questo ha portato una serenità bella ma complessa che è adesso la mia vita. Con Ryosuke, la Gigia, questo paese annodato tutto intorno e centinaia di studenti che di anno in anno mi donano le loro fragilità. Una vita che amo tanto.


martedì 12 novembre 2013

Creare il mondo dal nulla


 La cena a casa nostra arriva presto. 
 La Gigia che si stende lunga oltre l’ingresso e mi guarda cucinare, io che lavo il riso, immergo le dita in quell’acqua densa e nutriente, verdure da sbucciare, tagliare, sminuzzare, frullare, bollire. E cucinando guardare dorama registrati e rimuginare sul giorno appena andato, sul compito in classe da preparare, sulle slides in power point da sistemare per la conferenza di martedì, su quello studente che odia il padre e che chiede consiglio perchè a volte lo vorrebbe ammazzare, su Satomi che vuole andare in Italia, lo vuole veramente, e questa settimana deve consegnare i documenti per la selezione; sulle ultime analisi del sangue della Gigia, sui suoi dati ballerini che la chemioterapia incasina sempre; sull’amore di Ryosuke che dopo una sera di buio ha ripreso a cantare forte sotto la doccia.
  
  Ciotole e piatti. La cena è servita.
  Ogni cosa è banale in questa vita, destinata a ripetersi e finire.

  Nei miracolosi stati di vacanza, in quei fine settimana in cui ti senti onnipotente, in quelle sere di stanchezza che ti prendono talvolta e ti stringono la gola, quegli incidenti che ti fanno venire una gran voglia di fuggire, anche solo quei pomeriggi del weekend in cui l’anelito a qualcosa di più ti assale, in quei giorni lì sogni d’indossare un velo, di camminare nel deserto, di passeggiare per mercati lontani, per la campagna vietnamita, immagini anche di trasferirti a Londra, di sventolare bandierine sul Tamigi, di studiare lo spagnolo e finire a Gibilterra: tutte esperienze che se non decidi fortemente di fare, se non le programmi con coraggio, prima di morire di sicuro non farai. 



“Prima di morire”, un’espressione che fa paura e insieme fa venire una gran voglia di darsi una mossa, perchè pensare che in certi luoghi non ci andrai di sicuro mai, ti avvicina la morte, anzi te la butta nel piatto ora, proprio ora mentre lo dici.
 “Prima di morire”.

 Scende la notte in questo giorno pieno di pensieri e prima di dormire, come sempre, prendo il kindle. Mi imbatto in una frase di Nietzsche e mi sembra d’un tratto che le risposte ogni giorno te le dia.

 “Se si osserva come taluni sanno servirsi delle loro esperienze vissute – delle loro insignificanti, quotidiane esperienze vissute – tanto che queste diventano un campo che fruttifica tre volte l’anno; mentre altri – e quanti! – pur travolti dai marosi delle vicende più eccitanti, delle più molteplici correnti di tempo e di popolo, rimangono sempre leggeri, sempre a galla, come sughero: alla fine si è tentati di suddividere l’umanità in una minoranza [...] di persone capaci di trarre molto dal poco, e in una maggioranza di coloro che col molto sanno fare poco; anzi ci si imbatte in quegli stregoni alla rovescia i quali, invece di creare il mondo dal nulla, del mondo fanno un nulla”



  È una cosa che rassicura, che allora non c’è bisogno di organizzare, come matrioske all’occorrenza, altre vite nella propria, che il Sahara sarà sempre lontano ma che, al di là di noi, sempre e comunque ci sarà e per qualcuno sarà il banale quotidiano; che non serve uscire tardi la sera, buttarsi nella notte più bastarda di Shinjuku e Shibuya per conoscere il lato buio della vita.

  In porzioni da formica quest’ultima è sempre distribuita, come nelle favole di bimbi in cui una briciola di pane o un tappo di bottiglia possono essere i protagonisti. Basta forse allora aprire gli occhi, rallentare l’ingordigia che tutto possiede e ghermisce, osservare. Creare bolle di spazio nei propri pomeriggi, con le mani nell’acquaio preparando anche una cena, momenti del giorno in cui pensare a ciò che ha preceduto e succederà
  Basta davvero, solo pensare alla propria vita, strizzarla come un panno e raccogliere l’acqua.


  Per vivere appieno ci si sente a volte obbligati a fare più di quanto non si vorrebbe. Vien su la frustrazione di non aver visto abbastanza, di non aver viaggiato a sufficienza, di non aver fatto esperienze degne d’una maiuscola a inizio nome.

  Ma è necessario fare tutto per stringere qualcosa tra le mani? 
  No, questo giorno banale che comuque ho amato fortemente, me lo dice.
  Non è affatto necessario.

 



giovedì 31 ottobre 2013

Un passo avanti e uno indietro

  È un caos bello. Trascinarsi per le strade umide di pioggia di una cittadina vestita a festa. Al riparo dei teloni ci sono tavole imbandite, bambini che trascinano le madri sotto il palco dei musicanti.
  Il suono dei flauti, le maschere e i carri, diversi per ogni quartiere. È come un palio, ma senza animali nè gare di velocità. Sono “scontri” musicali, a colpi di danza, tamburi e incitazioni. Le strade si accendono di gioia, dell’eccitazione della festa.


  Chioschetti di yakisoba, okonomiyaki, takoyaki e di pietanze da bambini: frutta caramellata, zucchero filato. Ma ci sono anche mochi, il rumore croccante dei sembei. Le file più lunghe, però, le meritano un banchetto dove due nonnine che cuociono alla griglia yakitori e un minuscolo negozietto dove si scaldano onigiri alla piastra. Cibi tanto semplici cui però, un giapponese, non farebbe mai a meno.

  È  il giorno della festa, dell’antico matsuri annuale che chiama turisti anche da lontano. E allora tutto il quartiere si mette al lavoro, si impegna per restare. Perchè la storia, per continuare, ha bisogno di esser ripetuta e, insieme, di cambiare. Cambiamento che non è rivoluzione ma adattamento, ai tempi, ai costumi che non restano mai uguali.

  Del Giappone questo ammiro, del passo che va avanti – per non farsi sfruttare da chi un tempo (e forse anche adesso) si credeva superiore – e del piede che, fermo, resta indietro a sostenere quello che procede. Penso allora che è un poco come camminare.

  Che per accettare il movimento, il corpo necessita di stabilità, di una sorta di apparente fissità.

  Cambiano nei decenni i materiali di questa bella festa che si tiene ad ottobre a Kawagoe, la musica resta la stessa. I colori sono quelli, più ricchi invece certi dettagli. Ma il matsuri continua negli anni, così come il tempietto di quartiere non decade. A Tokyo non è infatti raro trovare in giardini privati minuscoli tempietti, torii sotto la cortina di palazzi. Minuscoli edifici stretti tra grattacieli. È il contrasto e, insieme, l’armonia che nasce dal miscuglio di cose tanto diverse che – però – non vedono nella diversità un motivo per farsi la guerra.

  La mistura di questa città racconta anche i giapponesi, soprattutto quelli che più degli altri sembrano guardare al futuro. Un passo slanciato in avanti – nella tecnologia, nell’atmosfera giocosa del consumismo e del kawaii, nell’economia che si spinge a ritmi sfrenati – e uno indietroyuzu che si lasciano cadere nella vasca in questi giorni (per diffondere nella casa o nel bagno pubblico profumo di limoni), una mamma che tiene per mano i suoi bimbi e li fa inchinare all’uscita del tempio, l’inchino sempre pronto di chi saluta, ringrazia o si scusa.



  A volte viene voglia di buttare via il passato, di guardare solo avanti. Accade a certe economie, al volto triste di alcune città. Accade spesso anche a chi si innamora, persino a chi vede il Giappone come una patria ideale. Eppure, mi dico, non è necessario ignorare quel che è stato, distruggere quel che ha preceduto, considerare un po' meno il paese di partenza. Anzi. Per camminare serve sempre il piede semi-fermo, ben piantato a terra, quello indietro. Per correre è lo stesso.

  Un passo slanciato in avanti e uno indietro, stabile, sicuro, certo di se stesso eppure pronto a un nuovo movimento. E così via.

川越祭り

sabato 26 ottobre 2013

「バランスを取る」o l'equilibrio

  Quando la pesantezza mi àncora alla terra, quando ho poco da dire e troppo da sentire, mi prendo per la mano e mi porto in giro per Tokyo. Mi sostengo per un braccio mentre attraverso l’ultima portiera in coda alla Yamanote, una giravolta abile di fianchi ed eccomi seduta tra un fumoso salaryman mentre legge un giallo di Higashino Keigo e una donna dormiente, con la testa china in avanti, il capino di uccellino che riposa.
  L’eccezione – che non detta legge – mi vuole oggi libera da impegni, la giornata di lavoro è finita, il pomeriggio è tutto mio.


Eppure c’è qualcosa che non va, una sensazione di fastidio che non passa.
  Mi trascino a scrivere a Kinokuniya, nel caffè che sorge sul ventre del palazzo che contiene solo carta: riviste, libri, manga. Ma non sono produttiva, una tristezza senza nome nè cognome mi inibisce. Laura, cosa hai?
 
  Chiudo il computer e apro libri in italiano. Leggo Natalia Ginzburg e “Le voci della sera”, leggo “Mi riconosci” di Andrea Bajani (“Il mio cognome si legge Baiani, non Bagiani. È molto più facile” mi ha corretto sere fa ad un evento in onore di Tabucchi, ma io nella testa continuo a sbagliare – con colpevole piacere), leggo Sergio Atzeni e “Passavamo sulla terra leggeri” e mi sembra di tornare bambina, perchè mi sembra un libro come non ne ho letti mai.

  La parola leggerezza oggi mi rincorre. Quel che manca, del resto, è sempre avanti a noi e ci ricorda la sua assenza. Esco dal caffè per salire in testa all’edificio. Ma anche all’ultimo piano, circondata da pubblicazioni straniere, mi sento ancorata a terra. Questa è un’altezza che ancora non basta. Si può andare molto più in alto di così.

  Lodi robuste, un altro articolo che uscirà a dicembre, il romanzo che esce a febbraio. Proprio ora di cosa ho, io, da lamentarmi? Ci sono state solo cose belle in questi giorni eppure sono inquieta. Perchè? Ma poi che espressione ho in viso? Che motivo ho di buttarmi queste ombre sulla faccia?
 
  Mi lascio scivolare per le strade di Shinjuku. Comincia a fare freddo, gli alberi perdono le foglie, la gente abbandona gli abiti leggeri dell’autunno e l’incertezza che nasce nel mutamento di stagione. Si aggiungono giacche, foulard e impermeabili, il passo veloce negli scarponcini da pioggia; un nuovo tifone è alle porte, già bussa e salirà, e farà danni che di volta in volta, quando la storia inevitabilmente si ripete, tutti sperano più lievi. Nessuno merita una morte così.
 
  Alzo lo sguardo e scopro che i piedi mi hanno portato sotto ai grattacieli del Comune. Non c’è fila questo pomeriggio, il tempo volge al plumbeo, l’osservatorio è gratuito ed è in cima al mondo. È così che diventerò più leggera, mi dico senza voce.
  Forse la risposta a quest’ansia è proprio là, con le nuvole basse all’orizzonte, la pioggia che tintinna sopra i vetri, i turisti che fotografano l’immensità della città chiacchierando del programma della sera, dei luoghi che restano ancora da visitare, del cibo che si andrà ad assaggiare. Ci saranno lingue sconosciute, ci saranno anche italiani chiacchieroni, ci sarà la capitale giapponese spalmata come burro sopra il pane, come una cosa che lo sguardo può infine contenere e la bocca raccontare.


Ma non è l’altezza a salvarmi dall’ansia ingrata, è una parola. Perchè è sempre una parola.

  “È che stai prendendo un equilibrio” mi dice per telefono Ryosuke, mentre guardo all’orizzonte un minuscolo trenino verde, la Yamanote, scorrere lento tra i palazzi.
  “In che senso?” chiedo. “In questi giorni ci sono state solo cose belle”
  “È proprio per questo. Stai riequilibrando dentro te le sensazioni”
  E mi immagino d’un tratto su una fune, con un’asta in pugno e il mondo sotto i piedi. È il posto ideale per immaginare di cadere e per sperare di non farlo.
 
Poi con la solita pazienza mi spiega il meccanismo di funzionamento interno dei mammiferi, dell’omeostasi, del mantenimento dello stato originale, della chimica delle emozioni, di come vi sia per questo una resistenza naturale al benessere così come al malessere e di un libro che per caso ha letto di recente e che gli spiegava diffusamente l’argomento,
  Non avevo mai pensato che l’equilibrio lo si perde non soltanto quando accade il negativo ma anche quando vi si aggiunge il positivo.
  「バランスを取る」/baransu wo toru/“prendere l'equilibrio (lett.), riequilibrarsi”.

  Aggiusta tutto una parola. Ti spiega che non è che tu stai male, ma che cerchi l’equilibrio. Che stai integrando quella piccola gioia, quell’eccitazione figlia dell’impegno, alla tua vita quotidiana.
  Che non c’è nulla da temere. Accadrà di nuovo, sparirà. Tornerà e poi se ne andrà ancora.
  Ma tutto, prima o poi, si bilancerà.

♪ Two Door Cinema Club, I can talk


lunedì 7 ottobre 2013

Alla paura si va incontro eleganti

  Dolore e un po’ di sangue nella sera. Il tuo corpo si racconta. Ti dice cosa ha passato ieri, che il tempo cambia faccia quando non ha dentro piacevolezza e sembra allungarsi all’infinito.
 
  Un’analisi molto dolorosa in una piccola clinica di Tokyo. Al quarto piano d’un edificio alto e stretto, incastrato tra un supermercato, una galleria coperta e un piccolo tempietto di quartiere. S’apre la porta scorrevole dell’ascensore e davanti, sulla sinistra, c’è già la reception. Perchè questa città dello spazio fa scarpetta, dentro ogni metro quadrato s’agita la vita.
  Come tra due palmi un dado, avvicini le mani all’orecchio: chissà che numero uscirà.

  In questa piccola clinica appesa al mondo i dottori son veloci, non si perdono in chiacchiere, gli spazi sono sì minuti, ma l’attrezzatura è all’avanguardia. Tutto funziona e tutto va dritto al punto. Sia le cose che le persone.
  Farà male, ti avevano avvertito. E nei giorni che precedono la visita ti prepari non tanto al dolore – tanto a quello è impossibile prepararsi veramente – ma alla paura. Perchè tu ciò che devi fare lo fai sempre ma sei una fifona.

  Agli esami – tutti –, alla discussione della tesi di laurea italiana, a quella di dottorato di primo livello giapponese, a quella di master italiano, alle conferenze in Giappone e a tutti gli esami che hanno preceduto e succeduto ognuna di queste ed altre tappe, ci sei andata vestita sempre elegante.
 
 
  Bisogna affrontare la paura con un pizzico di eleganza, ti dici. Perchè per mantenere l’apparenza tu riesca a dissimulare – a te stessa – anche la paura.
  Oggi è il giorno. Farà male ma va fatto. Cosa ti metterai?
 
 Trucco leggero sulle guance, la matita marrone che scorre rapida intorno all’occhio, quella nera giusto un poco dentro in basso, il rimmel che spalanca ciglia e dice loro di aspettare, che guardare davanti è sempre la scelta migliore. Rimandare è un’attesa prolungata, una cosa che tradisce.
 
  Scegli l’abito bianco e nero a righe grosse, di stoffa spessa e liscia al tatto, che sembra diviso e invece è un one piece; è quello che hai guadagnato in una boutique di Shibuya grazie a una piccola strategia d’acquisto – madre e figlia che maneggiano l’abito in questione, l’ultimo (!), in saldo, lo appoggiano al corpo davanti allo specchio, fanno smorfie, c’è forse qualcosa che non va; ti notano, ma tu sai che il desiderio altrui rende – senza vera spiegazione – più forte il proprio, e magari lo compreranno solo perchè tu lo stai desiderando.
  Allora inizi a vagare per il piano, fingi attenzione per altri vestiti, per altri negozi.
  Dopo dieci minuti torni. Lo trovi appeso lì, il tuo trofeo, senza più nessuno a fargli compagnia. È tuo, ti sta proprio bene, costa niente, te lo sei guadagnato.

  È perfetto per la visita di oggi che, lo sai e lo stra-sai, che ti farà male.
  Scegli l’involucro migliore, il tacco comodo ma bello. La vanità che mette recinzioni alla paura.
 
  È il modo che hai di gestire il batticuore, l’ansia folle di fallire, la voglia dolorosa di riuscire, l’orgoglio che ti dà sonori schiaffi preventivi, il pessimismo che non riguarda mai nessuno tranne te.
  Andare incontro alle proprie debolezze con una forma bella, con un pizzico di vanità, per evitare di lasciarsi andare al sentimento più facile: la fuga. Fuga di gambe ma anche fuga di emozioni. Paura chiama paura, dolore chiama dolore. Ed il sentire si fa solo uno specchio che amplifica se stesso e non si conosce.
 
 
  Esci. All'inquietudine si va incontro a testa alta, con un abito elegante e una forma a contenerti. Il resto, tanto tu già lo sai, non lo potrai evitare.
 
 

sabato 21 settembre 2013

忍耐 della pazienza e del contagio

 
Ciò che seminai nell’ira
Crebbe in una notte
Rigogliosamente
Ma la pioggia lo distrusse.
 
Ciò che seminai con amore
Germinò lentamente
Maturò tardi
Ma in benedetta abbondanza
 
(Peter Rosegger)


  Una cosa che di questo popolo ammiro forse perchè ne sono priva è la pazienza (忍耐, nintai). Vi condivido però la tenacia. Non una insistenza gridata ma una silenziosa, di chi “intigna” e intanto costruisce. Perchè per ottenere certi risultati non basta solo l’impegno ben direzionato ma ci vuole anche tempo.

È il kanji di 忍ぶ  shinobu “sopportare, celare” – il nin del 忍者 ninja che è 'colui che si nasconde' – a braccetto con quello di 耐える taeru “resistere, sopportare”. In questa lingua pazienza è allora nascondere la fatica, tollerare in silenzio le difficoltà, resistere all’ansia del tempo. Aspettare.

  Le cose di valore difficilmente si ottengono d’un tratto, per caso. Per me è stato il lavoro che sognavo che è arrivato dopo anni di studio intenso e di gavetta, l’amore che è giunto preceduto da una grande confusione, il romanzo che ha atteso a lungo nella cartella di un pc. E soprattutto è l’integrazione in questo paese complicato che, uno ad uno, ha realizzato i miei progetti.

  Nintai 忍耐 è rimanere ritti anche se c’è chi spinge per farti cadere. È seminare ed attendere frutti spuntare dalla terra. È sopportare anche gli schiaffi, perchè la vita ne comprende una quantità superiore alle aspettative di ciascuno. E più aumenta la popolazione più le persone a mirare ad uno stesso sogno aumentano, le possibilità sembrano svanire. Per accedere allo studio, ad un posto di lavoro, ad una pubblicazione, ad un amore, persino a un’amicizia ci vuole forse qualcosa più della fortuna.
 

  In questo momento della mia vita è tutto pazienza ed è tutto costanza. La pazienza d’attendere non l’ho mai veramente avuta e per ingannare questo aspetto crudele del carattere macino progetti. Ed ho capito che funziona.
  È allora il 頑張る gambaru il “mettercela tutta, l’impegnarsi”, un’espressione che a mio parere cela una valenza tutta positiva che nell’azione inganna il tempo, la tortura dell’attesa. Mentre attendo la ricezione del primo romanzo ne scrivo un altro, di articolo in articolo mi avvicino un po’ di più alla stesura della tesi di dottorato e per la Gigia, per cui forse non c’è ormai più da fare niente di risolutivo, ci sono passeggiate, dolcezze e tante cure. Si compensa l’impazienza con il fare, l’aspettare con il camminare.
 
  C’è insistenza nella gioia, l’ho sempre creduto fermamente. Per chi è stato fortunato e le cose belle sono arrivate insieme al loro desiderio forse non c’è bisogno di apprendere la fatica ma per chi, come me e come tanti altri, se le è dovute sudare una ad una, imparare a immaginare la fine di un percorso è fondamentale.
  Questa mia non è una visione del Giappone, è una visione della vita. Per chi conosce la disperazione e la perseveranza che porta risultati, la profondità delle passioni e la difficoltà nel controllarle, forse allora ogni cosa sembra un dono e naturalmente si condivide solo ciò che si ama.
 
    L’amore è contagioso, l’odio anche.
   Bisogna operare una scelta: in che misura e in che modo direzionare la propria influenza sul mondo, sulla porzione minuscola o invece immensa di pubblico cui si decide di parlare.
  Scegliere se condividere l’odio, la rabbia, il disgusto, il biasimo, la tendenza al bullismo e la violenza del giudizio o invece l’amore, la tolleranza, la diversità che arricchisce, la bellezza, quei minuti quotidiani miracoli per cui vale la pena di vivere ogni giorno, per la speranza che il dolore si dissipi e la gioia se ne appropri. Il primo può essere uno sfogo, può aiutare chi parla o chi scrive a liberarsi di quegli stessi sentimenti, a ridimensionarli o a fomentarli, semplicemente a non sentirsi soli nel “mal comune mezzo gaudio”; ma l’effetto su chi ascolta o chi legge quale sarà?

  Parlar male di singoli, conosciuti o sconosciuti, di un’intera popolazione, del mondo intero è facile: non richiede tempo, non chiama pazienza, non necessita di un pensiero a guidare il giudizio, aggrega un sentimento elementare come l’odio.
  Non c’è una briciola di nintai.
  Per me non ha valore.
 
 

 

mercoledì 4 settembre 2013

風 o del vento che è un dragone

  Giorni di vento e nuvole immense. Cielo di lapislazzuli e biancore di cotone. Sembra che ti venga incontro questo cielo, così alto e gonfio all’orizzonte.
  Giorni in cui il vento ha fatto tremende piroette e nel tornado in cui si è trasformato ha divelto tetti, devastato campi, spezzato pali della luce nella zona di Saitama e Chiba. I notiziari rincorrono la sua scia, i testimoni oculari raccontano la furia di quel vento che non si avverte soltanto ma si vede, mentre come un fuso di strega s’avviluppa tutto in tondo collegando terra e cielo.
 

  In giapponese si chiama 竜巻き (tatsumaki) ed è la tromba d’aria, il tornado, un vortice di vento.
  Ma come sempre basta seguire il filo d’una parola, il kanji di cui s’adorna, per immaginare altri mondi. tatsu/ryū è "il drago, il dragone" in giapponese e  巻き maki è "arrotolare, arrotolarsi, avvolgere".
  Così il tornado suggerisce d’un tratto il volo di un dragone verso l’alto, il corpo avviluppato nelle proprie spire che trascina con sè, nello slancio del suo corpo massiccio e delle sue immense ali, ciò che gli capita intorno. Allora ecco che la segnaletica stradale si scardina da terra, le tegole abbandonano la superficia piana dei tetti, le costruzioni un po’ accrocchiate perdono peso e si spargono nella campagna circostante, sui fili dell’alta tensione. Terribile, terribile. Ma nella parola che rappresenta tutto questo anche tremendamente affascinante.
 
 
  Cosa è allora il vento, mi chiedo. Cosa si nasconde dentro alla parola giapponese che ne custodisce il significato?
  È 風 (kaze, fū) e mentre mi torna in mente la gonna che oggi s’agitava scalmanata sulle gambe in bicicletta, una mano a tenerne fermo l’orlo e l’altra a dirigere il manubrio, l’ampia campana dell’abito bianco e nero acquistato una lontana estate newyorkese e indossato in tanti appuntamenti d'amore con Ryosuke, mentre il vento rende infermi i miei movimenti e ritarda la mia corsa verso il lavoro, scopro che la forma del suo kanji non racconta l’aria che si muove ma dipinge esseri che abitano il tetto del cielo. Uccelli, dragoni.
  Nell’antichità si credeva che il dio del vento avesse l’aspetto di un volatile, che viaggiasse per terre diverse e influenzasse così la nascita di differenti costumi, tradizioni (風俗) e paesaggi (風物) locali.
 
 

  Così, nel mutamento del vento sbocciano ali di uccello, spire di drago, creature che abitano il cielo e con le loro volute, la violenza del tornado, la dolce brezza della sera, trasformano anche i paesaggi e le persone.

♫ Enya, Flora's Secret


  

venerdì 9 agosto 2013

“La Terra ci è data in prestito dai nostri figli”


“La Terra ci è data in prestito dai nostri figli”
(detto amerindio)


 “Il 6 agosto 1945 una bomba atomica distruggeva la città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo Nagasaki fu a sua volta colpita. L’8 agosto, nell’intervallo tra i due episodi, il tribunale internazionale di Norimberga si era arrogato il diritto di giudicare tre tipi di crimini: i crimini contro la pace, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità. Nel giro di tre giorni, i vincitori della seconda guerra mondiale avevano aperto un’èra nella quale la potenza tecnica delle armi di distruzione di massa rendeva inevitabile che le guerre diventassero criminali rispetto alle stesse norme che stavano emanando.

 Questa «ironia mostruosa» avrebbe segnato per sempre il pensiero del filosofo tedesco più misconosciuto del XX secolo, Günther Anders [...] uno dei rarissimi pensatori che abbiano avuto il coraggio e la lucidità di paragonare Hiroshima ad Auschwitz senza togliere nulla al triste privilegio che possiede il secondo di incarnare l’orrore morale senza fondo. Ha potuto farlo perchè ha capito, come Hannah Arendt e probabilmente prima di lei, che una volta superati certi limiti, il male morale diventa troppo grande per gli uomini che ne sono responsabili e che nessuna etica, nessuna razionalità, nessuna norma che gli esseri umani si possono dare ha la minima pertinenza per valutare ciò che è successo.
  C’è bisogno di coraggio e di lucidità per fare questo accostamento, perchè Hiroshima rappresenta ancora, nella testa di molta gente e, a quanto pare, della stragrande maggioranza degli americani, l’esempio per definizione del male necessario [...]

  Interrogarsi sulla razionalità e sulla moralità della distruzione di Hiroshima e Nagasaki vuol dire anche trattare l’arma nucleare come uno strumento al servizio di un fine. Sennonché un mezzo si perde nel suo fine come un fiume nell’oceano, ne è completamente assorbito. La bomba, invece, va al di là di tutti i fini che le si possono dare o trovare. [...] Perchè l’orrore morale del suo impiego non può esser percepito? Perchè questa «cecità dell’apocalisse»?”*


  
  Mi capita raramente di citare a lungo brani di un autore senza avvertire la possibilità di rielaborare, spiegare, ingoiare e restituire a parole mie qualcosa.

  Questa è una di quelle occasioni preziose che svelano come vi sia chi ha saputo, in un brevissimo saggio, illustrare l’Assurdità del male con lucidità perfetta. È Jean-Pierre Dupuy, professore di Filosofia sociale e politica presso l’ Ècole Polytechnique e l’Università di Stanford e il suo libro si intitola “Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro tempo”. Merita d’esser letto per intero nelle sue cento paginette o poco più.


  Il detto di apertura di questo piccolo intervento è anch’esso partorito dal libro suddetto. “La Terra ci è data in prestito dai nostri figli”. È un po’ come quando Jorge Luis Borges scrive che “Possiamo dare solo ciò che è già di altri” e ci ricorda il debito che fin dall’istante in cui nasciamo – come esseri viventi oltre che come produttori di parola – abbiamo contratto nei confronti di tutto ciò e di tutti quelli che ci hanno preceduto e che verranno.
  Nulla è nostro, in sostanza. A noi tocca solo amministrare una concessione, un prestito. Una lunga catena di debiti su cui varrebbe la pena di riflettere ogni volta che si decide di muoversi verso la distruzione di qualcosa, di qualunque cosa.

  Oltretutto, e questo forse più di ogni altra cosa mi indigna, immenso è l’egotismo dell’uomo che è convinto che questo pianeta sia cosa sua. Forse, in un tempo in cui la terra, le foreste, la natura tutta si ritrae ferita, sotto il passo incessante ed arrogante dell’essere umano, sarebbe il caso di domandarsi chi gli ha dato il diritto di arrogarsi il possesso del pianeta, quale religione auto-architettata ed auto-imposta gli abbia concesso la possibilità di agire a proprio piacimento. Da dove nasce l’eliminazione dell’alterità, il senso di mostruosa superiorità che egli esercita con una disinvoltura ancora più mostruosa?

  E mentre noi stiamo a dibattere su Hiroshima, Pearl Harbor, le responsabilità di allora, le efferatezze e simili diatribe prive di reale conoscenza e di spessore, è interessante quanto sconvolgente notare – come fece lo stesso Günther Andersen (che nel 1958 si recò alle commemorazioni ad Hiroshima e Nagasaki) – che:

 “La regolarità con cui [i giapponesi] omettono di nominare gli autori, con cui tacciono del fatto che la catastrofe è stata prodotta dall’uomo; e con cui, benchè vittime del delitto più orrendo, non mostrano il minimo risentimento – tutto ciò mi pare eccessivo, non mi piace affatto”.

  Un sentimento che ahimè comprendo e che riconosco parte dell’animo giapponese che, al contrario del trattamento che subisce per crimini di un lontano passato certamente commessi (ma non più efferati di quelli perpetuati dalla nostra civilissima Europa o dall’America o dall’Asia in millenni di guerre e d’una quotidianità violenta e brutale), non condanna nè attacca chi ha fatto loro un torto tanto grande.

  L’idea è 「ひどい事をしたから、ひどい事をされても仕方ない」 “Dato che abbiamo fatto cose terribili, ci sono state fatte cose terribili. Non c’è nulla da fare”

Qualcosa che l’occidente di questo paese ignora tutt’oggi totalmente. Qualcosa che un occidentale non comprenderà probabilmente mai. Del resto il mix di uno stereotipo ben edificato dai suoi detrattori, unito ad un’indole affatto accusatoria, porta il Giappone ad essere vittima di insopportabili (solo per me che sono occidentale) affronti.
 
  Accompagnata dalle melodie della meravigliosa canzone composta da Sakamoto Ryuichi e interpretata da Hajime Chitose "Shinda onna no ko" (La bambina morta), rivolgo una preghiera alle vittime di Hiroshima e Nagasaki e soprattutto una preghiera per l’uomo, senza sterili differenziazioni di nazionalità.

  Perchè si renda conto della responsabilità che ha, della bellezza e fragilità del pianeta che abita e della terribile capacità che ha di distruggere qualcosa che neppure gli appartiene.

♪ Sakamoto Ryuichi e Hajime Chitose  "Shinda onna no ko" 
✿ Le meravigliose illustrazioni sono dell'artista Seiji Fujishiro

 
*(il grassetto e la spaziatura, nel testo citato in apertura, sono miei)



domenica 21 luglio 2013

Kaze tachinu, 'Il vento si alza'. L'ultima opera di Miyazaki Hayao

“Le vent se lève, il faut tempter de vivre”
“S’alza il vento, bisogna tentare di vivere”
Paul Valéry

  “Kaze tachinu”, l’ultimo lungometraggio di animazione diretto da Miyazaki Hayao, prende il nome dai versi di Paul Valéry, citati in apertura dell’omonimo libro dello scrittore Hori Tatsuo (1904 – 1953). Questo testo, insieme a “Zero sen – sono tanjo to eiko no kiroku” di Horikoshi Jiro (1903 - 1982), costituisce il riferimento letterario del film che, per la prima volta nella vasta produzione del regista giapponese, si ispira a un personaggio realmente esistito.
  Egli ha sovrapposto la vita del famoso ingegnere Horikoshi Jiro a quella di Hori Tatsuo e ne ha tirato fuori “Jiro”, il protagonista.

  Non c’è dubbio, “Kaze tachinu” non solo non è un film per bambini ma, forse, non è neppure un film facilmente esportabile all’estero.
  Si tratta di una pellicola intensissima dentro cui Miyazaki Hayao getta molte, moltissime tracce, così tante che si fatica persino a seguirle tutte, almeno nel senso occidentale del termine (che vuole cioè che ogni tema venga approfondito a sufficienza da risultare al pubblico di facile comprensione e dotato di un suo chiaro inizio e di una sua altrettanto precisa fine).
  Ed il messaggio, solitamente evidente nei suoi film (che sia ecologico, sentimentale, sociale o altro), qui non appare nè univoco nè definito.

  Tra i vari filoni narrativi, preponderante è quello che narra la vita del protagonista, Jiro, la cui esistenza è tutta incentrata sull’inseguimento di un sogno immenso – quello di costruire un “bellissimo aereo” 「僕は美しい飛行機を作りたい」– ,  sulla dedizione e sulla passione smisurata che egli nutre per la progettazione dei veivoli, sul solidissimo sistema di valori che possiede e che fa di lui non solo un geniale ingegnere ma una grande persona.



  Vi si intreccia poi il più esile ma resistentissimo tema dell’amore che, come un’aquilone, rimane impigliato alla vita di quest’uomo gentile e ne fa un individuo ancora più consapevole: quando si è trovata la persona giusta, sembra suggerirci, la durata non conta. Giorno per giorno, tenendosi per mano, si procede e si cura ogni ora, ogni minuto che ci è stato donato da trascorrere insieme.

  È anche la storia di un Giappone che fatica a raggiungere l’Europa, che l’insegue e non si arrende. Il periodo subito antecedente alla seconda guerra mondiale fa da cornice e sfondo a questa storia individuale e insieme corale, raccontata con un amore che mai, forse, avevo percepito così forte nelle opere di Miyazaki.
  Vi si avverte la voglia del regista di dire ancora di più, di raccontare la forma dei desideri di alcune persone e di una nazione, di come un sogno investe un ragazzino e lo trascina verso il suo destino, di come una bambina trasformatasi in adulta non smette di lottare, cresce con la preghiera di un incontro e affronta la malattia con la caparbietà che solo una donna innamorata sa possedere.

  La sospensione in “Kaze tachinu” resta, ma il sogno è esaudito, l’amore è conosciuto, la bellezza sempre percepita.

  Visivamente “Kaze tachinu” è d’una bellezza che toglie il fiato. Miyazaki disegna paesaggi di un Giappone che la città oggi ha forse perso ma che cova ancora in provincia, sguardi di un paese estremamente povero che cerca in tutti i modi di accelerare il passo per non rimanere indietro. Una sensazione, questa, che solo il sud-est asiatico e forse la nostra Europa dell’est è in grado di comprendere a fondo. Rincorrere chi è avanti senza però perdere se stessi e la propria identità, guardare al futuro senza gettare via il passato, ciò che procede a passo lento è complicato. Ci vuole coraggio e genio, ma ci si può riuscire. I riferimenti a questo tema sono disseminati in tutta la pellicola e costituiscono una traccia sotterranea imprescindibile dal resto.



  La varietà del disegno oltretutto è impressionante. Miyazaki ci mostra Tokyo, Nagoya, Karuizawa, la Germania prebellica, treni, abitazioni squisitamente giapponesi (dove verrebbe voglia di trasferirsi immediatamente), campagna e città, interni di aerei, alberghi, studi di progettazione, portaaerei etc. etc. Si resta rapiti, incantati.
  Gli effetti sonori sono degni di nota. Il terribile terremoto del Kanto, l’elica degli aerei sono resi nel suono da voci umane. Ogni dettaglio è curato, ogni disegno raggiunge la perfezione, ogni suono architettato. Lo spettatore, al di là della comprensione profonda della storia e del finale, non potrebbe mai restare deluso.

   La dimensione onirica è assai presente in questo film. Nei sogni, tra l’altro, compare un mentore tutto italiano, Gianni Caproni, che guida Jiro dall’inizio alla fine della sua avventura, fino alla realizzazione del sogno.

  Arriverà la guerra ma essa non è protagonista. Per Jiro ciò che conta è il “bellissimo aereo” che vuole far volare, solo quello.
  
  Del resto, come viene chiaramente scritto dal produttore Suzuki Toshio nel libricino che ha accompagnato l’uscita del film nelle sale:

「戦闘機が大好きで、戦争が大嫌い。駿は矛盾の人である。」

“Miyazaki ama gli aerei da guerra, ma detesta profondamente la guerra. Hayao (Miyazaki) è un uomo pieno di contraddizioni”


*Le immagini sono tutte tratte dal libricino suddetto e qui sotto trovate la canzone che accompagna il film.
**Ho volutamente eliminato dati troppo precisi della trama onde evitare di togliervi il piacere della visione. Gli spoiler non sono mai apprezzabili.

♫ "ひこうき雲" 荒井由実 

giovedì 18 luglio 2013

ちょっと o della chiarezza del non detto


  Ci sono parole misteriose. Che sembrano una cosa e poi sono tante altre.

  Studiare una lingua straniera e soprattutto poi provarla sul campo è un notare continuo non solo del suo “centro” – delle sue vie alberate, delle strade eleganti piene di negozi, delle piazze con nomi famosi e altisonanti – ma anche delle sue apparenti “periferie” – viuzze, slarghi e rotonde poco frequentate da chi non conosce la città ma di cui, chi la abita, non può fare a meno.
  Periferie che di una parola, di un’espressione, fanno spesso qualcosa di diverso.

  Lo insegno sempre ai miei ragazzi, che più una parola la si usa più è soggetta a mutamento. Passa di bocca in bocca, attraversa regioni, fasce d’età, stati d’animo e ama cambiare, come le scale a Hogwarts, come le ragazzine di Shibuya.

  Delle tante espressioni di cui ho imparato a scoprire giardinetti nei sobborghi, viuzze ignorate dalle cartine più importanti, ce n’è una: ちょっと che si pronuncia "chotto", "ciotto", e che, per il mio orecchio italiano, ha fascino nel suono. Ciotto, ciottolo, ciò, ciotola. Ha dentro un rumore che rotola via.
  Ha il suono dell’acciottolio delle stoviglie nell’acquaio, di qualcosa di tenero e cicciottello, diminuisce ciò che rappresenta e insieme lo ingrassa.

 
  ちょっと  adesso lo si scrive in hiragana ma, insegna il giapponese di una volta, poteva essere anche un kanji, anzi due 「一寸」 dove 「寸」 era un'antica unità di misura e 「一」 è l’uno in giapponese oppure 「鳥渡」 che è un uccello, un volatile che attraversa. E chi lo sa che cosa era... 

Chotto matte ne. (Aspetta un attimo)

Vuoi la torta?
Chotto dake. (Solo un po’)

Chotto, una parola che significa “un po’” ma che in realtà ha molto più tempo e materia al suo interno. Chotto non è solo un avverbio per chiedere di attendere un po’, per indicare una quantità limitata; è anche una risposta già di per sè. E spiega un altro pezzetto del popolo che lo pronuncia.


Scusi potrebbe dirmi quando arriva questo libro?
Chotto... (wakarimasen)

Quando crede si libererà un tavolo?
Chotto... (wakarimasen)

  Il chotto sospende, omette, ferma l’interlocutore senza dire. E proprio qui sta il punto. Che non c’è bisogno di dire no, di dire , di dare una qualsiasi risposta. Il chotto mette Pause su tutto ed interrompe.
  Diventa allora traducibile come un “non saprei”, un “ehm”. Sottintende una negazione.


Ma tra di voi che rapporto c'è?
Chotto...

Perchè non vuoi parlare con lei?
Chotto...


  Chotto è la distanza dalle cose, da un giudizio, tra una persona e tutto il resto del mondo. Una bolla che circonda e che ferma mani curiose, domande impertinenti, intrusioni nel privato. Perchè non c’è bisogno di dire – in giapponese non c’è n’è mai veramente – e la sospensione basta. L'altro capirà che non si può chiedere oltre.

  Quel che ho capito in questi anni di un Giappone, che per me non è e mai sarà part-time, è che a dire le cose all’italiana spesso si arriva prima all’obiettivo ma che ad attendere e non dire alla giapponese spesso si arriva lo stesso, ci si mette tanto tempo e non si procurano ferite.


   Non c’è un modo giusto, non c’è l’illusoria “via di mezzo”, c’è una situazione e varie possibili soluzioni e sta a chi cavalca due o tre o quattro culture scegliere quale strategia comunicativa usare. Mai privarsi dell’essere italiani ma mai far assurgere la propria cultura a quella “giusta”. Limita, rovina.

  Il non so, il chotto che sospende è qualcosa che all’inizio confonde e indispettisce lo straniero “eccheppalle, un po’ di elasticità”, “suvvia, rispondi, un’approssimazione perlomeno” ma che poi, a lungo andare, lo rassicura “se lo ha detto è sicuro che sarà così, ci si può fidare”. Perchè nel tempo del non so, non posso dire non c’è menzogna.



  Chotto poi serve anche a chiamare e insieme a protestare. Che suona come un “Ehi, scusi...”. Magari qualcuno che ti sta coprendo una visuale che ti spetta di diritto, qualcuno che intralcia il passo e allora diventa “scusi, permesso”.

  Ma la lista è lunga ed io mi fermo qui.

Perchè Laura, adesso cosa devi fare?
Chotto...  :)




martedì 2 luglio 2013

断捨離 o della bellezza del vuoto

 Buttare, buttare e liberarsi di tutto. Svuotare, scegliere con attenzione quel che si vuole che resti e lasciar andare tutte le altre cose. Ridurre i bisogni all’essenziale e intorno a quello lasciar navigare l’immaginazione.


  Dei tanti significati della parola zen quello che si collega al sentimento del vuoto, che è bisogno dello spirito ed equilibrio del cosmo, è per me di maggiore impatto. Coltivare il minimalismo e non adombrarsi di oggetti è la filosofia del danshari 断捨離.
  Tre kanji, uno accanto all’altro che, come sanno fare solo gli ideogrammi, spiegano molto più di quel dicono nel suono. C’è kotowaru 断る che è “rifiutare”, c’è suteru 捨てる ovvero “buttare, gettar via” e infine hanareru 離れる che significa “allontanarsi, prendere distanze”.

  Una casa piccola va annaffiata di spazi, di cavità. Lasciata svillupparsi in lungo e largo. Una camera deve essere soprattutto aria, luogo dove muovere il corpo. E a Tokyo, dove gli appartamenti sono di pochi metri quadrati, diviene una necessità che si fa virtù.
 

   Ho cercato di dare un nome a questo sentimento che mi ha sopraffatta a marzo scorso, al ritorno dall’Italia: forte, assolutamente inedito, il bisogno di ridurre all’essenziale, di liberarmi degli orpelli, di sfrondare appendici e mirare fluida e sottile verso l’alto. Ho capito infine che l’abbondanza, l’opulenza cui anelo è quella del tempo, della serenità e non quella delle cose.

  E allora ecco sacchi, enormi sacchi dell’immondizia. Uno, due, tre poi quattro e anche cinque. Arriva il sesto e poi il settimo. E la gioia dell’occhio e del corpo inizia a farsi sentire. Leggera, potrei sollevarmi da terra. Fluttuare in questo mondo pieno di cose, di colori rutilanti che spingono come palmi e sussurrano “guardami!”, “desiderami!”.
 
  Grazie al danshari, applicato con una sorta di ferocia in casa nostra per una decina di giorni, ho riaperto cassetti, scatoloni che attendevano dagli anni del trasloco, astucci, file strabordanti di fogli, armadi gonfi di abiti che per troppo tempo ho tenuto senza mai indossarli.
  Ho gettato via tante scarpe. Averle amate, mi sono detta, non significa doverle tenere con sè per tutta la vita. Accade anche agli amori, ad alcune relazioni intensissime che naturalmente finiscono e non è giusto perpetuarle solo perchè ci si è abituati alla loro presenza, perchè è doloroso doverle gettare via. Le si sfibra soltanto; lise e lustre mostrano toppe, strappi. Ammaccature.

  Danshari è scegliere, selezionare il meglio, separarsi anche con dolore da ciò che nel quotidiano, nel tempo che è adesso e per quelli che siamo ora, non ha più significato. Il senso negli anni e nei mesi si perde, come acqua filtrata da un rubinetto guasto. Goccia a goccia, martellante. E ci si accorge che tanto quanto le cose aumentano, il volume della nostra vita diminuisce. Le cose richiedono cura, spazio, rubano tempo anche solo a cercarle tra gli altri oggetti.

  Ecco allora che finiscono nel sacco anche i soprammobili, le stoviglie che ci hanno accompagnato per anni ma che si sono sbreccate, hanno perso la funzionalità e restano a invecchiare nel ripiano di una credenza. Per accettare la vita bisogna accettare anche la morte, la fine di ogni cosa. Accade per gli esseri umani, per gli altri animali, per le piante. E accade anche agli oggetti. Sprecare non è solo usare troppo ma è anche tenere.



  Dopo il danshari, che richiede una buona dose di coraggio iniziale, si compra meno, si ricorda con orrore lo sforzo e il dispiacere di buttare, si risparmia addirittura. Si iniziano a prediligere le cose belle. Si acquista solo ciò che piace davvero. Non si compra più tanto per comprare. E la casa, come per magia, resta sempre in ordine.
  Lo si comunica con dolcezza anche agli amici, che i regalini simbolici non li si vuole più. Che basta il pensiero, davvero, magari un mazzo di fiori, del cibo da consumare. Gli oggetti belli ma inutilizzati li si dona a chi li vuole, li si porta a un mercatino o, fuori dalla porta, li si appoggia in un vassoio con un cartello “Potete portare via quello che vi piace, a me non servono più. Grazie”.
 
  A guardare adesso il nostro piccolo appartamento in affitto penso a un vaso. Che era ostruito da cose e l’acqua al suo interno inevitabilmente sporca, poca. Il fiore languiva. Così ero anch’io, e languivo. Ora mi sento rinata.

♪  twenty one pilots: Guns For Hands




Per saperne di più: 
やました ひでこ 『断捨断 新・片づけ術』;  

近藤 麻理恵 『人生がときめく 片付けの魔法』
Dominique Loreau, L’arte della semplicità