domenica 19 maggio 2013

Guardare l’invisibile: il Museo dei Parassiti

  È l’unico al mondo. Di quei luoghi che di primo acchito potrebbero piacere o disgustare ma che l’indifferenza non intacca. È il fascino dell’osservare da vicino la natura che tende a camuffarsi, a nascondersi all’occhio che nudo viaggia sulla superficie delle cose, come una barca che fende giusto un metro o due di mare.


  È il Museo dei Parassiti (Museo Parassitologico di Meguro) che sorge nel ricco quartiere di Meguro, a sud di Shibuya, dove il prezzo degli appartamenti schizza alle stelle e il fiume che porta il suo nome (Meguro-gawa) lo attraversa. Dalla stazione si va a destra e poi giù giù e su su lungo lo stradone della Meguro-dori che prima scende e poi sale adattandosi al terreno collinoso di questa zona.
 
  Ryosuke me ne parlava da anni ma alle volte mi scopro ad avere resistenze per il solo fatto che la lista dei luoghi che vorrei visitare è sempre molto lunga e che Tokyo ne contiene di infiniti. Sfruttiamo così la settimana d’oro, la Golden Week, che tutto illumina ed abbaglia. È il tempo generoso di occasioni, quello che a farsi sfruttare non si sciupa ma anzi acquista di spessore.

  È uno di quei luoghi che insegnano una verità tanto banale che però all’uomo, che di tutte le creature è la più presuntuosa e certa dei suoi mezzi, sembra spesso sfuggire. Cioè che esiste anche ciò che non si vede. O meglio, ciò che egli non vede.
  Ma i musei sono fatti per mostrare e allora anche ciò che non è visibile manifesta la propria presenza.

  Galleggiano nel blu cobalto parassiti dalle forme più diverse. Dietro a lastre trasparenti s’allunga un Diphyllobothrium nihonkaiense, un parassita di 8.8 metri che s’introduce nell’organismo umano attraverso le carni crude della trota. Vi è un topolino dalle viscere esposte che nella sua dettagliata evidenza fa stringere per un attimo il cuore. E’ l’Echinoccos multilocularis che prospera nell’Hokkaido (foto 4).


  Vi sono tanti pesci. Una testa di tartaruga (vissuta e deceduta naturalmente in un parco acquatico) dalle palpebre polverose. È il parassita Ozobranchus che si attacca intorno agli occhi o sulle zampe (foto 5).
  Poi vi è l’intestino di uno scoiattolo volante e il cuore di un cagnetto pieno del micidiale parassita Dirofilaria immitis, malattia letale conosciuta da chiunque ne accudisca uno.

   Ecco dove si nascondono i parassiti che poi noi chiamiamo malattie e che danzano nella vita come tutte le altre creature. Nutrendosi degli animali all’interno dei quali si sviluppano, secondo un ciclo che fa il giro completo o inizia e si ferma ad altre, precedenti fasi.

  Alla vita risponde la vita ma anche la morte. Alla morte risponde la morte ma anche la vita. Così che non c’è creatura innecessaria a questo mondo, insetto che possa essere ucciso o animale la cui estinzione possa essere ignorata. Anche organismi tanto osteggiati come i parassiti hanno una loro complessa bellezza, una loro funzione, un loro fascino occulto.

  Al primo piano – che in Giappone è il secondo – una stanzetta custodisce una scatola di legno, contenitore di migliaia di vetrini (foto 7). La vita vi scivola in mezzo e due dita la schiacciano all’interno.
  Ve ne sono 45,000 custoditi nel museo, campioni catalogati e pronti, lì dove ve ne sia la necessità, ad essere nuovamente osservati, analizzati.

  Il dott. Satoru Kamegai istituì con fondi privati il “Meguro Parasitological Museum” nel 1953 e molte istituzioni accademiche contribuirono e tutt’oggi contribuiscono al lavoro di ricerca che si continua a portare avanti. Sempre al primo piano sono custoditi i volumi scritti a mano dal prof. Sachu Yamaguchi, pagine assolutamente affascinanti per chi si interessi di disegno (foto 3). I suoi studi vertono soprattutto sui parassiti dei pesci dell’Indonesia e delle Hawai e su quelli che abitano gli animali selvatici del Giappone.


  Sono sempre stata affascinata dai campionari, dalla catalogazione delle cose. Dall’uno che si fa rappresentante di tutti gli altri. È un po’ quel che accade in molti dei libri di Ogawa Yoko che, sotto a teche di vetro, in boccette, in musei bizzarri, cassetti etc., infila l’impensato e ne fa oggetto di passione raffinata e pur morbosa, collezione atipica di personalissime delizie.

  Vi è una lunga lista di luoghi a Tokyo il cui accesso è del tutto gratuito. Il Museo dei Parassiti è uno di questi, divenuto crescentemente noto per un passaparola tra turisti locali e internazionali e grazie ad articoli mirati pubblicati su riviste e giornali.
  Come tutti i luoghi gestiti e curati da volontari, va però protetto. Pertanto, benchè non sia in alcun modo obbligatorio, è bene lasciare un’offerta all’ingresso, subito a destra nel contenitore apposito oppure al primo piano all’angolo degli omiyage.
  E per raccapezzarsi tra i pannelli e le spiegazioni che spesso sono solo in giapponese il mio consiglio è di salire subito al primo piano, acquistare la piccola guida in inglese (tutta illustrata e a colori) e poi riscendere per cominciare il tour.  Il tour nell’invisibile.

  Fa paura solo quello che non si conosce. A studiare le cose invece scatta fascino e bellezza e il ribrezzo diviene sensazione priva sia di ragione che di sentimento.
  Mi tornano d’un tratto in mente gli esperimenti in laboratorio al liceo, in quell’aula allungata dai colori pastello in cui con pigrizia apprendevo la magia della biologia. Mancò passione nel mio apprendimento e dovette difettarne anche l’insegnamento della mia professoressa.
  Ma nella vita c’è sempre il tempo per recuperare, basta che se ce lo si conceda.




♪ Beth Gibbons, "L'Anulaire" (colonna sonora del film francese omonimo tratto dal libro di Ogawa Yoko "L'anulare")

Il sito web del museo in inglese → QUI
Altre info in italiano → QUI



lunedì 6 maggio 2013

Il nuovo romanzo di Murakami Haruki (3/3)

 Ho sempre pensato che leggere Murakami Haruki è come bere un bicchiere d’acqua sul cui fondo, però, vi si scorge qualcosa che sembra scintillare. E così, volente o nolente, per guardare da vicino quel baluginare e capire di cosa si tratti, si manda giù il contenuto tutto del bicchiere, qualcosa che, a seconda del giorno e della condizione fisica, sa dissetare o invece nauseare. 
  Qualcosa che è come il protagonista di questa storia: incolore, vuoto eppure perfetto contenitore di storie inverosimili e insieme possibili.


 
  D’altro canto, come conferma anche quest’ultimo romanzo, lo stile di scrittura di Murakami Haruki è piatto, semplice al limite della banalità. La frase inizia e finisce nella più prevedibile sintassi. Egli utilizza sempre la stessa gamma di termini tanto che mi sento di poter consigliare questo romanzo anche a stranieri che desiderino leggere un testo in lingua giapponese senza dover necessariamente consultare il dizionario. Il linguaggio è pressochè sempre colloquiale e composto da brevi frasi.

  Ribadisce più volte gli stessi pensieri: una ripetizione che fa sì che si possa riprendere il libro in mano anche dopo una settimana di abbandono. Replica fino all’ossessione il sentimento del momento – un momento lunghissimo che si trascina dall’inizio alla fine del racconto senza significative variazioni.



  Forse anche per questo Murakami Haruki ha ricevuto più consensi all’estero che in Giappone
  Perchè nella traduzione la sua prosa rende un po’ di più. Acquisisce un’eleganza che il suo giapponese non possiede.
  La facilità di fruizione del suo stile, d’altronde, è una delle chiavi del suo successo. La sua accessibilità linguistica, a fronte d’una lingua e una cultura per molti versi intraducibili, espande il suo pubblico a livello planetario. La moda, come in ogni altro campo, ha fatto il resto.

  Nel caso di questo romanzo, la cui tematica è incentrata sulla mancanza di colore del protagonista, sul suo essere scialbo, insicuro, privo di caratteristiche forti, tale stile di scrittura potrebbe però risultare persino efficace, voluto e per questo tollerabile anche a chi, come me, gli preferisce piuttosto stili corposi, varietà lessicale, caratterizzazione meno stereotipata dei personaggi.

  Ad una prosa tanto piatta s’accompagna però l’architettura perfetta della trama. Ogni pezzo del puzzle è perfettamente funzionale e funzionante. Quel lampo sul fondo del bicchiere d’acqua luccica dall’inizio alla fine del romanzo. Un punto interrogativo di cui vien voglia fortemente di sapere la risposta.

  Concepire l’impossibile è difficile. Magritte lo sapeva. “Sia nei momenti ordinari della vita, sia in quelli straordinari, il nostro pensiero non manifesta appieno la sua libertà. È incessantemente minacciato o coinvolto in ciò che ci accade. Coincide con mille e una cosa che lo limitano. Questa coincidenza è quasi permanente.”
  John Berger parlava qui di Magritte come di chi cerca di sperimentare ed esprimere l’Impossibile, ultima sponda della libertà.


 
  Credo che al di là del reale valore della letteratura di Murakami Haruki, cosa che pur tenendo conto della fama del momento (e della moda ad essa indissolubilmente annessa) saranno solo i posteri a decretare, è proprio questo anelito alla libertà, al diritto all’inspiegabile ad affascinare i lettori.
  I suoi personaggi sono spesso stereotipati, piatti. Camicie ben stirate ma null’altro. Nessun guizzo. Le storie che li coinvolgono però sono extra-ordinarie, rimescolano il concetto di normalità rimettendo in discussione tutto.
 Si tratta di quel sentimento di scoperta del reale che stupisce e fa sperare che vi siano misteri nella nostra vita che, spesso incolore, scivola via.


Parte 1/3
Parte 2/3


♪AI  ハピネス

martedì 30 aprile 2013

Il nuovo romanzo di Murakami Haruki (2/3)

L’incolore Tazaki Tsukuru.
Colourless Tsukuru Tazaki.
色彩を持たない多崎つくる.

  È questa la prima parte del titolo del nuovo libro di Murakami Haruki.
Ma dopo c’è un “と” che è l’inglese “and” e il nostro “e”. E cosa?

e gli anni del suo pellegrinaggio
And His Years of Pilgrimage
と巡礼の年

   
  Gli anni del suo pellegrinaggio sono sedici per la precisione finchè nella vita dell’insicuro, del vuoto, dell’incolore Tsukuru entra Sara e lui, per la prima volta, vuole che questa donna resti nei suoi giorni. Un desiderio che non ha precedenti e per questo tanto più prezioso.

  Lei avverte in lui quel grumo di irrisolto e con la schiettezza di una donna più matura lo convince ad affrontare il suo passato. Non andranno più a letto finchè Tsukuru non farà il primo decisivo passo per sciogliere quei nodi. Finchè non andrà ad incontrare i suoi amici di Nagoya, farà loro domande, e non scoprirà i perchè, i come e i cosa di quel rifiuto che lo ha cambiato per sempre.
  Quasi tutto si saprà. Il resto si potrà dolorosamente intuire. Lo farà lui, Tsukuru, e lo farà anche il lettore a cui Murakami non è avvezzo a spiegare mai ogni cosa.



  Tutto combacia perfettamente in questo libro. 「無駄がない」 "non c’è nulla di superfluo": un’espressione che ricorre spesso qui come anche nei romanzi di Ogawa Yoko. Murakami sembra ricamare l’essenziale, un'architettura in cui tutto ciò che c'è è necessario. E così anche la seconda parte del titolo fa riferimento al leitmotiv del romanzo all’interno del quale, come sempre capita nei romanzi di Murakami, vi sono anche molte note e pentagrammi.

  Scorre un particolare sottofondo musicale: è Liszt e “Gli anni del pellegrinaggiosono il titolo di un’opera per piano di ventisei brani divisa in tre parti corrispondenti ciascuna alle fasi dei viaggi del musicista compiuti tra il 1835 e il 1839: la Svizzera, l’Italia e poi ancora l'Italia.

  Torna nel libro più volte. Una melodia suonata dalle mani di Shiro e tornata nel tempo di Tsukuru perchè Hai la riporterà in forma di cd a casa sua. E rimarrà brano di bellezza, ricordo e nostalgia per tutta la durata del romanzo.
  “L’incolore Tsukuru e gli anni del suo pellegrinaggio” è un'opera attraverso cui l’erotismo (eterosessuale e omosessuale) passa serpentino. Vi si raccontano le prime esperienze sessuali, sogni erotici di incredibile vividezza, dettagli descritti nudi e crudi. Termini “forti” che Murakami non lesina al lettore ripetendoli con ostinazione, accompagnandovi aggettivi ed avverbi che ne enfatizzano l’intensità.

  Murakami Haruki è innanzitutto un fenomeno mediatico prima ancora che letterario. Cameraman di varie reti televisive e giornalisti di testate nazionali sono andati a riprendere ed intervistare i lettori devoti che dalla tarda notte alla prima mattina stavano ordinatamente in fila fuori dalle librerie per acquistare le primissime copie. La famosa libreria di Jimbocho "Sanseido" a Tokyo, per la prima settimana dall’uscita del romanzo, ha mutato il proprio nome in “Libreria Murakami Haruki” omaggiando così lo scrittore.


  Egli ha l’indubbio talento di riuscire a creare mondi, a insinuare il dubbio che vi sia una realtà oltre quella da noi quotidianamente percepita, un mondo in cui le regole vigenti siano stravolte o, cosa ancora più destabilizzante, leggermente diseguali. Lo scarto tra esse, la fessura che s’apre tra realtà ed illusione è il luogo prediletto di Murakami Haruki. Negli interstizi di ciò che è spiegabile si insinua l’inspiegabile.

  In questo romanzo la dualità del Reale/Altro Reale o Illusione si gioca all’interno dell’individuo, sul suo lato rischiarato dalla luce e quello in ombra. Come le facce della luna, scrive Murakami in una pagina di questo libro. La differenza tra la percezione che si ha di se stessi e quella che gli altri hanno di noi e' la chiave di lettura dell'incolore Tsukuru che si crede tale ma forse non lo è.

♪ Liszt - Années de pèlerinage. Première année: Suisse, S. 160 [André Laplante]

(fine seconda parte)

domenica 21 aprile 2013

Il nuovo romanzo di Murakami Haruki (1/3)

  Tazaki Tsukuru. Cognome e nome, nell’ordine che in giapponese mette la famiglia prima della scelta. Suo padre ha destinato a lui queste tre sillabe “tsu-ku-ru” e ne ha fatto un kanji che è proprio quello che significa “costruire, edificare, fabbricare”. 「作」. Un nome che è un presagio.
  Tsukuru è affascinato fin da bambino dalle stazioni, sia da quelle delle grandi città che accolgono treni gonfi di gente sia da quelle che collegano piccole località di campagna dove il tempo sfuma pigro tra un transito e un altro. Si siede lì Tsukuru, e resta ore ad osservare il diverso traffico di gente che aspetta, sale, scende e se ne va.

  
  È l’unica cosa che sa fare. Costruire, progettare, risolvere problemi e migliorare quel microcosmo che è la stazione. Tutto il resto sembra sfuggirgli di mano. L’amore, le amicizie, la stessa coscienza di sè.
  Ha trentasei anni, è in buona salute, discretamente attraente, è un tipo pulito, non beve e non fuma, ha un lavoro che lo soddisfa, una buona fama nell’ambiente, una casa di proprietà in un bel quartiere di Tokyo. Ciò che ha minato la sua sicurezza e che lo rende l’ombra di se stesso, è un avvenimento accaduto sedici anni prima. Un fatto scioccante che lo ha portato sull’orlo della morte e di cui lui, ancora adesso, non conosce la ragione.

  Negli anni del liceo Tsukuru faceva parte di un gruppo di cinque amici, affiatati ed uniti come capita raramente nella vita. Si erano incontrati ad un campo estivo di volontariato cui, casualmente, avevano aderito solo loro: Tazaki Tsukuru, Akamatsu Kei, Oumi Yoshio, Shirane Yuzuki, Kurono Eri. Tre ragazzi e due ragazze.

  I punti in comune tra di loro erano tanti. Erano tutti originari di Nagoya, le loro famiglie erano più o meno benestanti, erano brillanti.
  Con il tempo il rapporto tra i cinque si era irrobustito, inspessito, cementificato. Quel circolo privato ed esclusivo divenne per ognuno di loro qualcosa di irrununciabile, una presenza quotidiana che li rendeva l’uno assolutamente indispensabile all’altro. Una sola regola: nessuna relazione sentimentale tra loro.
  Finito il liceo solo Tsukuru si allontana da Nagoya per seguire a Tokyo l’università mentre tutti gli altri decidono di restare in città. Gli amici gli mancano ed ogni volta che gli si presenta qualche giorno di vacanza sale sul primo shinkansen e corre a Nagoya per incontrarli.
  Fa così anche all’inizio delle vacanze estive del secondo anno di università. Sale con pochi bagagli sullo shinkansen e torna a Nagoya. Appena arrivato chiama come sempre gli amici, uno ad uno, ma chi risponde al telefono – con voce che Tsukuru percepisce crescentemente imbarazzata – gli dice che non sono in casa. Nessuno lo richiama quel giorno, nè il giorno seguente. Prova ad insistere, richiama. Ma, ormai Tsukuru l’ha capito, continuano a farsi negare.
  Poi una sera, dopo le otto, arriva una chiamata. È uno di loro che esordisce così:
  “Scusa ma vorremmo non chiamassi più a casa nostra”
  Silenzio. Imbarazzo. Tsukuru è terrorizzato e perplesso. E quando chiede infine e debolmente il perchè l’amico gli risponde: “Se ci pensi, lo capisci da solo, no?”


  Da quel momento, come recita l’incipit del romanzo, Tazaki Tsukuru inizia a vivere pensando ossessivamente alla morte, tocca il limite e dopo sei mesi, per una qualche ragione che gli è ignota, torna a vivere. Riprende peso, ricomincia a mangiare, smette di pensare solo alla propria morte.

  Eppure Tsukuru è letteralmente un sopravvissuto, e chi sopravvive perde dell’esistenza la percezione che ha chi, invece, ha avuto la fortuna di essere sempre solo vissuto. Si trascina nei giorni con apatia, torturato dalla sensazione che chiunque entrerà nella sua vita si accorgerà prima o poi di quanto egli sia vuoto e incolore e lo abbandonerà definitivamente e senza prevviso. Terrorizzato a quel pensiero, Tsukuru fatica a imbastire rapporti sociali e amorosi. Avverte costantemente la fine di ogni cosa e sul filo del conscio-inconscio decide di non investire più nei sentimenti.
  La sfera onirica insegna a Tsukuru il significato di sentimenti potenti, ingestibili, sentimenti che lui – ferito a morte nell’emotività – non crede neppure d’essere più in grado di poter provare. I sogni, in questo romanzo, sono funzionali al protagonista quanto se non più della vita reale che, scialba, egli conduce suo malgrado.

  『色彩を持たない多崎つくると、彼の巡礼の年』 “Colorless Tsukuru Tazaki and His Years of Pilgrimage” ha una copertina piena dei colori che, in modo martellante, vengono fuori nel romanzo a gridare una presenza e soprattutto una mancanza. Incolori sono i giorni ma anche alcuni modi di dire, alcuni visi, alcune persone. Qualcosa a cui manca colore quindi sapore, qualcuno o qualcosa che è monotono, scialbo, vuoto.

 I colori in questo nuovo romanzo di Murakami Haruki sono quattro più uno. Principalmente. C’è:
  il rosso, Aka (Mister Red) diminutivo di 赤松慶 (Akamatsu Kei);
  il blu, Ao (Mister Blu) ovvero 青海悦夫 (Oumi Yoshio);
  il bianco, Shiro (Miss White) soprannome di 白根柚木 (Shirane Yuzuki);
  il nero, Kuro (Miss Black) diminutivo di 黒埜恵理 (Kurono Eri) .

   A parte - e molto dopo - viene il grigio, Hai (Mister Grey) che degli altri quattro non sa e non saprà mai nulla.

  Di quel gruppo di amici del liceo, così unico, morboso e irrinunciabile, solo Tazaki Tsukuru non ha il “colore” nel cognome. E così, da un semplice gioco di parole, nasce l’insicurezza. S’allarga, s’ingigantisce. Lui, tagliato fuori per sempre e senza spiegazioni da quel gruppo pieno di tinte, è l’unico senza colore.

  L'incolore Tazaki Tsukuru.
  Colourless Tsukuru Tazaki.
  色彩を持たない多崎つくる.

(fine prima parte recensione)

 ♪ リスト/巡礼の年報 第1年「スイス」 4.「泉のほとりで」,S.160/R.10,A159


giovedì 4 aprile 2013

Jizō o dei ciliegi che vegliano sui bimbi

 
  È la primavera delle prime volte.
  Per la prima volta salgo sulla Torre di Tokyo e sotto ai piedi si stende a tappeto la città che non rivela e mai rivelerà ad occhio nudo i suoi confini. I capricci della stagione la bagnano di pioggia, la incupiscono di nuvoloni grassi ed incostanti. È la mutevolezza di marzo che si trascina dentro aprile.

 A 360°ecco la città e premere il corpo oltre le balaustre per far combaciare il tondo dell’obiettivo con le vetrate rovinate dal vento.
 Dei tanti semicerchi divisi per distanza dalla linea dell’orizzonte – che, in alcuni punti è mare, ponte e in altri, la maggior parte, riserve di palazzi e agglomerati d’alberi – vi è il tempio scelto dal clan Tokugawa per proteggere la città di Edo dagli spiriti maligni.
 D’una grandezza che oggi, dopo le varie riduzioni, lo rende l’ombra di se stesso. Ma chi nasce nel presente non immagina e non può sapere. E neppure dispiacersi.
 Il tempo consola.

  Il tempio Zojo-ji è circondato adesso da un rosa che si fa sempre più fino, impalpabile. Si inspessisce invece il verde e il marroncino. Sono gli steli che restano, le foglioline che sgorgano senza timidezza dopo il tripudio della fioritura dei ciliegi a fine marzo.


  Ne ho percorso lo scorso anno a maggio la superficie – con Ryosuke al mio fianco – andando verso la Torre di Tokyo per ammirare le carpe appese alle sue pendici nel Giorno dei Bambini. So perciò, scattando questa fotografia, cosa vi è sotto parte dei corridoi di chiome rosa.

  Sotto i ciliegi riposano decine e decine di Jizō, un sentiero ne è pieno su entrambi i lati, tutti in fila ordinatamente uno accanto all’altro. È un angolo dedicato ai genitori che hanno perso bimbi, agli aborti spontanei, ai piccini nati morti, alle complicazioni che ogni gravidanza comporta, a quelli che hanno accennato pochi passi o pochi anni prima di cadere.


  Un bavaglino, un copricapo, girandole che soffiano del vento che le investe. Frrrrr, frrrrrr suonano leggere. A volte il movimento rotatorio si fa più vivace, a volte accenna un giro e si placa all’improvviso.

  Su un bavaglino c’è scritto “capo” 社長, su un altro “il migliore del Giappone” 日本一, a volte pupazzetti ne accompagnano il viaggio e stanno accanto al piccolo tondo della testa, alla postura placida della pietra. In vasi fiori di visite antiche o recenti. Strisce che richiamano il nome della madre o quello della famiglia. Dall’alto i caratteri, cadendo verso il basso.

 I ciliegi vegliano su quelle delicate statuine dall’aspetto infantile ed è lieve il tocco dei petali su di loro. Scendono più radi in questa fase, ormai alleggeriti del carico della loro bellezza. Bellezza e tristezza, titolo di un celebre libro di Kawabata.

 E così mentre guardo altri bimbi correre sotto ai ciliegi cercando di intercettare il volo dei petali e di coglierne uno tra i palmi, mentre mi accorgo di quanto sia complesso, di quanta gioia scorra sui loro volti intenti, là d’un tratto capisco infine il simbolismo dei ciliegi per i giapponesi.
 L’estrema bellezza e, insieme, la caducità. La straziante brevità della vita.
 
 Il tempo consola?


Elle, pensando a te e a tutte voi, che siete tante
 

♪  ASKA - 晴天を誉めるなら夕暮れを待て



martedì 26 marzo 2013

Sakura 二

  Basta amarla Tokyo e perseverare fino a che non la si è capita. Perchè poi, quando accade, ti restituisce i sogni elevati al quadrato e non ti rimane che godertela a fondo.
 A cucchiaiate. O tirando su con la cannuccia litri di bellezza.


 Si passeggia con il naso all’aria in questi giorni. Si va spesso nei luoghi conosciuti, più famosi, per fare hanami ma poi a viverci dentro si scopre che Tokyo è piena di ciliegi e basta prendere un treno di una linea qualsiasi per scoprire come il territorio sia picchiettato qui e là di rosa.



  Non c’è bisogno di andar lontano. Basta il cortile di una scuola, il lungo viale che porta alla stazione, un campus universitario, un parco, il verde intorno a un ospedale. Un cimitero.


  D’inverno i ciliegi sono spogli, ammasso di marrone e di rami appuntiti come aghi ma poi, d’un tratto, prima ancora che spuntino le foglie, ecco che vengono fuori i boccioli.
  E senza neanche accorgersene ecco che una strada si trasforma e mai, senza saperlo, avresti immaginato quel mutamento.

  Come accade nei film americani dal meccanismo tanto facile quanto godibile secondo cui una ragazza, bruttina all’apparenza, viene d’un tratto a trasformarsi divenendo la più bella della scuola.
  Il ranocchio che si tramuta in principe in un balzo. La stessa velocità. La stessa sorpresa.
  Ciliegi di numerose varietà che sono bianchi o rosa, d’una tinta leggera o intensa e che, a seconda della luce, mutano colore.

  Da alcuni giorni esco di casa solo per scoprire la città. Non manca nè il tempo nè la voglia e mi ritrovo ad essere turista nella mia città.
 Ma a Tokyo è facile. E' tanto immensa che una vita intera non la consumerebbe.


  Non mi basta. Non mi basta mai. Sono innamorata, ogni anno di più. 
  L'amore non è sempre originale. No, anzi, il più delle volte è banale. E così anche le parole finiscono e non resta che stare - in silenzio - a contemplare.




venerdì 22 marzo 2013

Sakura 一

È la massima fioritura.
I giorni che sputano non fuoco ma petali di ciliegio.

 Stamattina sveglia meno presto di quel che avevo architettato e dopo aver svolto i gesti del mattino, quelli piacevoli in cui la casa la sento cosa mia più di ogni altra ora del giorno e della notte, sono uscita. 
 Un fresco che punge e poi un sole che cura dall’oca e dalla sua pelle.

Nakameguro. Prendendo la nuova linea ferroviaria che tanto ha messo su di giri Tokyo la scorsa settimana. Intere linee che si sono spostate da un piano all’altro e molti, come me, ancora vagano, sottratta loro l’abitudine della direzione.

 Scendo a Nakameguro e c’è già profumo di primavera. Lungo il fiume è il tripudio. Lampade con su scritti nomi di esercizi commerciali, aziende.

 Quanto presto sono sbocciati questi ciliegi? Ben due settimane di anticipo rispetto allo scorso anno e tutti i piani son saltati.


  E allora di corsa, contro ogni calendario.

  Amo il mio lavoro per molte ragioni. Una delle quali è il fatto di avere tante settimane di vacanza l'anno che mi permettono di fare viaggi ma anche di godermi la città, di salire e scendere dai treni come in questi giorni. Pigiare la Suica e passare oltre i tornelli, guardare le notizie la mattina in tv e correre ad accertarmi della bellezza delle cose. Con i miei occhi e la lente della mia macchina fotografica.


  Amo Tokyo. E' la mia città. Che mi regala in primavera luoghi così in cui riesco persino a commuovermi, e persone, come il ragazzo del piccolo caffè itinerante Hidari Pocket (la tasca di sinistra), con cui chiacchiero mentre mi prepara il cappuccino "SAKURA" che diventerà in pochi istanti uno dei miei scatti preferiti.

  Parliamo dell'Italia, del caffè, del giapponese, dei quartieri di Tokyo, dei ciliegi e, senza neppure accorgermene, gli racconto la notizia meravigliosa che ho ricevuto giorni fa e che aspetto ancora un pochino a "confessare".
  Che bello parlare agli sconosciuti, raccontarsi ed ascoltare le loro storie.

  Libri per bambini a disposizione, per una lettura leggera e dolce dolce mentre gusto questo cappuccino delizioso.
  C'è anche Kiki, le poesie di Miyazaki Hayao, bimbette con grossi ombrelli con cui ripararsi.


"Tornerò" gli dico. Ed è così.
Magari già la prossima settimana.


Saluto, afferro un panino al volo e ... Ueno a me!


♪ さくら、森山直太朗




mercoledì 20 marzo 2013

Sapporo e del 「季節限定」

  Se fosse un sapore sarebbe quello speziato e liquido del soup curry スープカレー, la consistenza solida del riso, quella pastosa delle patate, la sensazione granulosa delle pannocchiette tra denti e lingua, la croccantezza del formaggio arrostito in una sfoglia sottile. Poi sarebbe il gusto accomodante della melanzana, quello setoso della carne di pollo che si scioglie sul palato.

  Sapporo per noi è soprattutto un sapore che, in alcuni fine settimana pigri di Tokyo in cui non sappiamo deciderci dove andare a mangiare, torna alla bocca. Desideriamo allora tornare da Dominica, scovare questo ristorantino senza la difficoltà della prima volta, impugnare la maniglia della piccola porta di legno ed entrare nell’India giapponese che non è più India ed è ormai, e del tutto, Giappone.

  Rincorriamo da sempre il cibo. Piacere del palato e del corpo tutto.
  Ci piace soprattutto ciò che è limitato nel tempo e che i giapponesi riassumono in una espressione precisa  季節限定 (kisetsu gentei) se la limitazione si riferisce alla stagione, 期間限定 (kikan gentei) semplicemente alla durata  – o 地域限定 (chiiki gentei) se invece essa è relativa alla regione. Perchè rende più piacevole la vita, sottolinea la necessità di goderne in quel preciso istante e spinge anche i più abitudinari a fare nuove esperienze.


  La scadenza del kisetsu gentei è il tempo che perde il cerchio e si fa linea, di cui quindi è possibile concepire una conclusione e non l’infinito ripetersi. È la scusa per cogliere il momento: “tempus fugit”, “carpe diem” dicevano i latini, 「時は金」 (toki wa kane) dicono i giapponesi riprendendo il nostro detto “il tempo è denaro”.

  L’oggi che in questo secolo liquido sembra un continuo presente e che nelle grandi città offre tutto sempre, fragole in ogni stagione, frutti tropicali, pesce che in mare starebbe ancora lottando per riprodursi e prosperare. Avere tutto sempre, come se i desideri avessero il diritto di essere perennemente soddisfatti, confonde, a volte persino castra la voglia di provare nuove cose.
  Perchè sono lì, sempre ci saranno e non c’è fretta di provarle. E invece sentire il tempo passare, le stagioni scambiarsi di posto a volte persino con la velocità di certi giochi di sedie e di bambini, fa bene. Che abbia il sapore di una bevanda ai fiori di sakura, del sushi di polpo, del tempura di nanohana non importa. Purchè accada.

 Per noi viaggiare è camminare e poi mangiare. Fare fotografie e poi fermarsi ad un caffè per scrivere (io), per leggere (lui). La neve rallenta i passi, rende goffi gli scarponi che procedono su venti, trenta o più centimetri di neve ormai ghiacciata che ricopre quasi tutti i marciapiedi. Sembra di camminare sospesi, in bilico tra la terra e il cielo, che le ha sbrodolato addosso tanta neve.


 Per noi Sapporo è anche andare al cinema, vedere film che abbiamo rimandato a lungo perchè a Tokyo i weekend sembrano finire troppo presto e c’è così tanta voglia di fare e di vedere che chiudersi in una sala buia sembra un peccato capitale. Ma in vacanza abbiamo il tempo dalla nostra, in una quantità che ci vizia.

  Andiamo allora verso l’ex fabbrica della birra che prende il nome dalla città (la Sapporo Beer), un complesso che è stato completamente rinnovato ed ora ospita un centro commerciale arioso e pieno di luce. Anche la sera mangeremo soup curry perchè conosciamo un altro ristorante delizioso. Fuori intanto continua a nevicare. Fiocchi grassi, generosi.

  
  Un’altra notte in quella stanza, in quel letto ampio e profumato. Domani partiremo, verso un altro spicchio dell’Hokkaido. Hakodate.

♪ GLAY 誘惑


venerdì 8 marzo 2013

Sapporo o della neve in festa

 È un’ambasciata di pace questo giorno che inizia tardi con un forte mal di schiena ma poi nel suo completo vuoto di intenzioni finisce per nutrire. È l’assenza di impegni e la libertà che trasuda un simile progetto.

 Mi sveglio tra lenzuola che non sono le mie, in una camera d’albergo a Sapporo, con una inedita gioia addosso. Avevo dimenticato la sensazione che si prova ad essere in viaggio, della vacanza che non richiede gesti. La sveglia non suona, nessuno deve mangiare, l’immondizia non va buttata, l’orologio non detta i minuti, il treno non aspetta e non parte, il giorno non muore.
 Dopo settimane frenetiche è come rinascere in un letto.

 Sono i giorni giusti per essere a Sapporo in inverno. È il sei di febbraio e il Festival della Neve 「 雪まつり」 è appena iniziato. È un evento che chiama turisti da tutto il mondo, ammalia di neve e ghiaccio gli sguardi ed è tutto un fotografare. Le sculture sono immense, piani di palazzi e la sera s’illuminano delle sfumature del giallo e del blu.
 Un viaggio nella leggenda di Ise; il palazzo imperiale tailandese; mascotte di provincia e personaggi di fantasia come Totoro o Kumamon. Si tiene nell’Ōdōri kōen 「大通公園」, un parco lungo e sottile che si raggiunge in pochi minuti dalla stazione.


 Oltre alle sculture che si ergono imponenti al centro e ai corridoi laterali in cui camminano lenti i visitatori, vi sono decine di negozietti di cibarie da gustare sul posto, in piedi, con la fame ingorda e superflua del turista. Poliziotti gestiscono il traffico indirizzando la folla da un lato all’altro delle strade che spezzano il parco in due grossi blocchi.

 L’Ōdōri kōen, letteralmente “il parco del grande viale”, è stato costruito nel bel mezzo della città per fugare il pericolo di incendi di enorme portata, di quelli che spazzano via quartieri interi, di quelli che i giapponesi temono più di ogni altra cosa. Lo spazio spezza il fuoco, il vuoto ne placa il furore.
 Per molti dei gesti umani vi è una spiegazione: cercarla è ogni volta motivo di fascino e di scoperta.

 Sapporo viaggia in sotterranea lungo la rete di gallerie che collegano la stazione alle strade antistanti, così da evitare la neve che si fa aggressiva, una tormenta, tanto da chiudere occhi ed ombrelli.
 Sono stradoni che corrono dritti, senza incertezze, ma il passo dell’uomo è a singhiozzo. È colpa dei tanti semafori che scattano a una velocità che non è facile sincronizzare con il proprio procedere. E fermarsi a zero gradi o anche meno ad un angolo di strada non può rilassare.

 Sapporo è anche la città il cui suolo è inciso dai binari dei tram, vagoni decorati come ogni cosa in questo paese fantasioso. Uno ha stampati sopra disegni fumettosi, un altro ha fanali come occhi, sopracciglia ed orecchie: è un cagnetto, un wan-chan ワンちゃん, che scivola tra un tempio e una galleria coperta lungo un vialone poco alberato.


 Così al groviglio di pali della luce che sono trademark del Giappone di oggi vi si aggiungono, in mezzo alla via e sospesi nel vuoto, altri fili cui s’appende febbricitante l’elettricità dei tram.

 Lunghi viali di insegne che – letteralmente – insegnano come le grandi città giapponesi vivano non solo dell’orizzonte ma anche della perpendicolare verticale, intersezione di rette. Cartelli di ristoranti, lavanderie, agenzie di viaggi, parrucchieri, juku, cartolerie. Eccetera, eccetera, eccetera. Tutto compatto, dal basso all’alto a sfruttare ogni briciola di spazio.



 È un viaggio che organizziamo all’improvviso per riparare la mancata partenza per l’India. Ma l’Hokkaido non è mai un ripiego per noi che tanto lo amiamo, come un’appendice costante dei nostri desideri.

(fine prima parte)


♪ 60s 黒木メイサ CM KATE カネボウ ケイト Spider Line篇

martedì 5 febbraio 2013

Dei kanji o dell'arte di creare storie

  Spesso le cose più belle sono anche le più complicate.
  Quello giapponese è un popolo la cui lingua nasce e perdura nel suono, acquista forma adottando disegni che sono scrittura. Accoglie la scrittura cinese ma vi applica sopra la propria lingua, elabora altri due alfabeti sillabici e dall'assemblaggio di questi tre elementi crea qualcosa di nuovo.


  Il Giappone, all’inizio di tutta questa avventura, era per me solo una forma grafica, un miscuglio di segni fatti per essere decifrati, un linguaggio segreto come quello dei bambini. Ho sempre amato le cose complicate, mi restituivano il peso del mio valore e del mio impegno, misuravano la resistenza, la mia pazienza.
  Che l’obiettivo sia più lontano possibile, mi sono talvolta trovata a pregare, perchè vivo la maledizione di una sorta di svuotamento quando raggiungo gli obiettivi che mi pongo. Come se nella realizzazione si celasse anche la fine delle cose.

 Ci sono persone che hanno storie da raccontare, oggetti che suggeriscono viaggi, luoghi che dicono tanto di chi li ha attraversati, amati e lustrati sotto suole di scarpe, sotto zampine.
  Così, con lo stesso carico di misteriose connessioni, viaggiano nel mio immaginario i kanji.

  È la parte più complessa della lingua, quella più volatile, quella che non si fa possedere mai del tutto. Come un animale selvatico di fascino e fierezza che non si lasci addomesticare e rimanga a guardare, con occhio vigile ai lati del bosco, i nostri movimenti. Misurando le distanze.

  Per apprendere i kanji non basta l’occhio ma serve la mano, il movimento del braccio, l’impugnatura solida delle dita e il movimento che differenzia un carattere dall’altro. Una cosa, questa, che una tastiera non è in grado di fare. Perchè i tasti sono troppo vicini, le dita a pigiare sempre le stesse e l’occhio – sovrastimolato nel quotidiano – del risultato se ne fa poco o niente. Lo accetta ma non lo problematizza e la didattica insegna che è il percorso – quello dello studente che non capisce e quindi ipotizza – a fissare il ricordo. È la strada costruita con fatica a riportare il kanji al suo “proprietario” e non l’inverso. Non basta guardarli. Non sono gioielli da esibire ed ammirare ma cose da usare, con cui aprire barattoli, con cui tagliare frutti. Sono maniglie che aprono porte. Bisogna toccarle.

  I kanji devono diventare come quelle melodie provate così tante volte al pianoforte che basta la prima nota – e non più lo spartito – per far scattare la danza sicura delle dita. È innanzitutto automatismo.
  È la parte più dura della lingua. Non cede alle preghiere. Tempra e giudica la motivazione di chi studia.


  Eppure, a guardar bene, sono solo disegni, collage di elementi presi dal mondo vegetale, minerale ed animale. Da un tempo di uomini e dei che, con tono perentorio, decisero la definizione delle cose, la fecero disegno e infine scrittura. E anche nel sopraggiungere dei secoli serve tornare ancora a quel tempo per capire il perchè di alcuni caratteri, il pensiero che vi sottostava.

  Allora non è più solo il Giappone ma anche la Cina e l’antropologia che scava usi e costumi di uno dei tanti popoli che furono.

  Così la neve (yuki) è una mano che spazza via la pioggia. La pioggia (ame) che si trova nella nuvola (kumo), nella foschia (kasumi), nella nebbia (kiri), nel tremore etc. etc. E di volta in volta ha ruoli diversi.
  La parola esame 試験 (shiken), composta da due caratteri, si rifà all’antica Cina in un periodo in cui gli affari bellici e religiosi erano centrali nella vita del paese. La parola natura 自然 (shizen) racconta della Cina dell’antichità, della carne del cane e degli dei. Spiriti, capre, esecuzioni, elmi, fuochi ed accette.
  Amore (ai) è guardarsi indietro ed esitare. Il marito (otto) ha uno spillone conficcato nella chioma. La sera (yoru) ha la luna sotto il tetto. Il nord (kita) sono due uomini che si danno le spalle.

  A volte sono storie crudeli, di un’era in cui c’erano meno uomini, meno diritto ma più natura, meno distruzione delle risorse del mondo. In cui c’erano lance, porte di legno, cani e cavalli. Nei kanji spesso periscono uomini e animali, si celebrano gesti rituali rivolti alle divinità, abiti dell’epoca, spiriti maligni, campi di riso, rocce e bandiere svolazzanti nel vento.

  La spiegazione della loro origine è spesso controversa e sembra una di quelle storie che hanno ancora e sempre avranno un margine di spazio perchè le si possa rimaneggiare, reinventare.


  Insistete, insistete a studiarli. E nel farlo divertitevi, inventate storie, giocate con le assonanze (che son tante) con la nostra lingua, fatene un tic, un passatempo. La matita alla mano e un pezzo di carta da incidere di disegni che vi faranno sentire sempre un po’ speciali perchè nessuno intorno a voi li comprenderà.
  Fatene un linguaggio segreto, come nel Club dei 7 o dei 5, un vizio e diletto.

  Niente in questa vita è tanto serio da non accettare il gioco e i kanji sono creature ludiche, sono ragazzini che corrono via non appena li perdete d’occhio. Bimbi piccini che hanno bisogno di vedervi spesso per ricordarsi di voi. Per questo ci vuole costanza nello studio dei kanji perchè basta niente che scappino via.   
  Teneteli forte per mano e ogni settimana ritagliatevi uno spicchio d’ora per disegnarne la forma dietro a uno scontrino della spesa, sul bordo di un libro, su un volantino distribuito fuori dall’università.

  Imparatele come poesie. Cantatene le letture. Aiuta.

  Migliaia di versi che la nostra generazione non è più abituata a maneggiare. Come un Omero dei tempi recenti, diamo ad ogni kanji una forma mentale, facciamone versi, creiamo favole. Ne usciremo con più conoscenza, maggiore memoria e persino più immaginazione.

♪ X JAPAN, Rusty Nail


Fonti (per saperne di piu')

→ 常用字解 第二版 [単行本] 白川 静 (著)
→ 白川静さんと遊ぶ 漢字百熟語 (PHP新書) 小山 鉄郎


***Informazione di servizio: eccezionalmente il BLOG verra' aggiornato nuovamente non prima dei primi giorni di marzo. Febbraio mi porta in Italia e non avro' quindi modo di fare nuovi inserimenti. Se vi va leggete a ritroso, sono certa troverete nuovi spunti. Un abbraccio, Laura

sabato 26 gennaio 2013

Chiedere scusa o della forma (下)

  “Il sorriso dei giapponesi è ipocrita. La loro cortesia non è sincera”, sbuffano talvolta gli stranieri liquidando così le basi di una cultura millenaria. Quanta arroganza!, penso. Quanta (non invidiabile) certezza! È il colonialismo dei tempi odierni che benchè si metta in bocca parole come diversità, equità, rispetto etc. nella pratica del sentire continua a ritenere giusto solo ciò che comprende interamente.

 
  E non importa che i giapponesi tra di loro si capiscano perfettamente – che si sappiano persino prevedere senza bisogno di parlare –, l’importante è che si comunichino a noi, nel nostro modo occidentale che è tanto sincero, tanto aperto. E poi si può sempre tirar fuori a mo' di slogan il discorso sui suicidi – che vien fuori a fagiolo – per denigrare ogni aspetto culturale di un paese che ci è intimamente estraneo.
  È giusto tutto questo? L’autenticità, la verità di cui tanto parliamo è davvero la cosa più augurabile al mondo?

  Allora ci sarebbe da chiedersi se a un commesso che non si conosce, verso cui non si prova affetto nè mai lo si proverà, si debba richiedere un sorriso cosiddetto sincero (che pertanto elargirà solo se la giornata gli sarà andata bene, se l’amore sarà corrisposto, se le finanze non lo crucceranno più di tanto) o piuttosto invece una cortese e formale performance per il ruolo che egli riveste nel negozio. 
  Perchè pretendere che quel commesso senta fino alla punta dell’alluce una improvvisa simpatia nei nostri confronti, perchè giudicare la sua cortesia tacciandola di falsità?
  Ricordo a Roma un tabaccaio da cui ero ahimè spesso costretta a comprare biglietti della metro. Un uomo sui quarant’anni, sempre arrabbiato e scortese, maltrattava con ferocia i clienti. Eccola l’altra faccia della sincerità!

 
  Personalmente – perchè come sempre solo di me posso parlare – trovo nel lavoro una sana via di fuga da me stessa, nei giorni ammaccati da un qualche dispiacere. Mi contagia la giornata, mi disabitua al cattivo umore perchè colleghi e studenti nulla hanno a che fare con ciò che mi ha creato dispiacere e, presa distanza dal negativo, mi tuffo ad occhi chiusi nel mio ruolo.
  Anche nei momenti più bui della mia vita la costrizione al sorriso, mi ha educata alla pazienza. E anche se poi, una volta salutati i miei ragazzi, pronunciato l’otukaresama deshita alle segretarie, fatto l’inchino ai guardiani ai cancelli dell’università, sono riemersi i crucci, vi sono tornata sempre con un po’ meno stanchezza.

 So, perchè l’ho provato negli anni, che quando invece si raggiunge un rapporto profondo – il che per un giapponese richiede un tempo lungamente maggiore rispetto a quello di un occidentale – ci si capisce perfettamente e l’autenticità tanto amata dagli occidentali abita tutti i movimenti.
  Alcuni stranieri arrivano qui, pensano d’aver capito tutto nell’arco di qualche giorno, qualche settimana, qualche mese o qualche anno, e si stupiscono, si arrabbiano, si sentono traditi dai segnali interpretati secondo il proprio sistema culturale e allora gridano alla falsità, all’ipocrisia.
  Lo ribadisce con chiarezza Nakagawa Hisayasu in un breve e delizioso “saggio di antropologia reciproca” franco-giapponese, di cui consiglio vivamente la lettura.

  La sincerità è un dono ma anche un’imposizione, quella delle proprie opinioni passate così, nude, come un regalo avvolto solo nelle mani. La giustificazione dell’imposizione del proprio sincero comunicarsi.
  E allora, dove risiede il giusto comportamento? Quello giapponese o quello occidentale?
  Non credo algiusto mezzo che è concetto troppo ferreo per essere veramente giusto. Spesso uno ha ragione e l’altro ha torto e non ci sono comode linee di demarcazione che definiscano il centro perfetto. Ma soprattutto nel parlare di cultura il termine “giustezza” è inapplicabile.
  Il giusto mezzo è come una definizione che “ha la forza e la debolezza di non aver mai torto e di non spiegare nulla” (Marc Augé). È giusto per principio ma non dice nulla tranne lo sforzo di far l’equilibrista.


  Ci sono culture che giacciono agli antipodi del mondo, gettano ponti che, come direbbe Simmel uniscono e insieme dimostrano la separazione tra le parti. La traduzione è goffa e spesso si perde per strada la cultura. Bisogna accettarne i limiti o tentare di immergervisi fingendo una seconda nascita.  Che porti quindi ad assorbire e a comprendere grazie al solo respirare. Il bilinguismo, insegna la linguistica, è possibile entro una certa età e in determinate condizioni ambientali. Dopo no.

  Ma il “biculturalismo”, il “triculturalismo” etc. in questo mondo tanto tendente al globale, all’abbattimento delle frontiere, è possibile, lecito, forse persino necessario.

♪ Joshua Radin, Winter